E' autore egli stesso di serial televisivi, film, documentari e programmi radiofonici, oltre che di alcune monografie su Anna Magnani, Vittorio De Sica, Pier Paolo Pasolini, Alfred Hitchcock e diversi altri. Tra i suoi numerosi lavori, ricordiamo Il Portiere di notte, il serial Stelle in fiamme, il film Gioco perverso, otre che alcuni documentari, tra i quali Il castello di sabbia, Risvegli d'Italia e la Trilogia della Paura (La guerra perfetta, Maschere e Nomadi) dedicata al post 11 settembre. Il suo ultimo lavoro in ordine di tempo è Concerto Italiano. Storia e Storie dell'Unità d'Italia, film-documentario che racconta gli ultimi 150 anni della storia del nostro Paese attraverso uno sguardo attento ai meccanismi che hanno contribuito a formare gli italiani, prestando un'attenzione particolare al ruolo che dagli anni Cinquanta in poi ha avuto la televisione nella costruzione dell'identità nazionale.
Perché un film-documentario sull'Unità d'Italia? Come è nato e come è stato concepito il progetto?
Questo film, Concerto italiano, nasce da una commistione di due zone della Rai: Rai Teche, che è quella che conserva gli archivi storici della Rai, e il Prix Italia, che da qualche anno si occupa del “Premio Italia” di Torino. L'anno prima della realizzazione di Concerto italiano era stato inaugurato il “Torino Gira”, con una scommessa: raccontare Torino Capitale in sessanta minuti. Scommessa che, in occasione del centocinquantesimo, si è trasformata in un documentario un po’ più lungo di sessanta minuti. Non mi interessava fare una cosa di circostanza, celebrativa, ma concentrarmi su un aspetto particolare che permetteva di attingere allo sterminato materiale delle Teche Rai: come la televisione ha costruito, integrato e rilanciato negli anni l'identità degli italiani? Bisognava innanzitutto mettere alcuni punti fissi, quindi l'indipendenza, per poi passare alla vera storia della televisione. Fin dagli esordi nel 1954 le televisione comincia con i famosi romanzi sceneggiati e poi va avanti con spettacoli di vario tipo, con i quiz su temi storici, con diversi personaggi, con gli attori comici e così via. Lo scopo era sì quello di fare uno spettacolo, ma uno spettacolo che fosse rigoroso, che integrasse informazione e conoscenza. Il tentativo era quello di collegare i temi nevralgici della seconda parte dell'Ottocento con i temi nevralgici della seconda parte del Novecento.
Non voglio fare una critica ai programmi di storia che vengono fatti oggi, che sono certamente utili, ma penso che la storia venga raccontata in maniera un po' piatta alternando interviste e immagini. Il materiale, invece, è così vario ed è possibile combinarlo in modi sempre innovativi, motivo che mi ha spinto a fare questo tentativo. Ho voluto raccontare come l'identità italiana dal 1861 fino ai primi del Novecento si sia formata attraverso le guerre mondiali, la dittatura e la Liberazione. Ma l'identità italiana, quella più significativa per me ovviamente, cominciava quando la televisione ha iniziato a mandare dei modelli nelle case degli italiani. È lì che ho trovato i miei modelli: Alberto Sordi; Alberto Manzi e infine Mike Bongiorno. Bisognava anche far sorridere un po'.
Il Sessantotto: nel film vengono evidenziati due particolari aspetti di questo periodo, il suo inizio e l'epilogo nella forma del terrorismo. Perché questa scelta?
Quando si è trattato di dover affrontare quel periodo, la seconda parte degli anni Sessanta, ho cominciato con quello che viene riconosciuto come uno dei momenti indicativi di un certo nuovo atteggiamento dei giovani: l'alluvione di Firenze. Io ero ragazzo, stavo a Bologna e sono andato a Firenze a trovare un amico proprio in quei giorni. Ho visto quello che succedeva e mi è rimasto impresso. Si trattava o di raccontare quello che la televisione ha mostrato tantissime volte – le occupazioni, le assemblee, gli incidenti – oppure di far vedere che cominciava qualcosa di nuovo.
Nel documentario la parte sul Sessantotto si apre con una delle prime manifestazioni dell'inverno pisano, dopo di che volevo evidenziare che quello slancio iniziale si era perso per cause non ancora bene definite. Dovendo rappresentare questo passaggio, ho fatto un cortocircuito tra la corsa degli inizi e i successivi elementi pesanti del terrorismo, della violenza, delle chiavi inglesi, delle catene. Nel precipitarsi degli eventi, volevo mostrare come nel nostro Paese in quel momento si mescolavano alcune cose.
Quale è secondo Lei il modo migliore in cui la televisione è riuscita e riesce a raccontare un Paese?
Per dare il senso di quello che era il nostro Paese, io ho messo le facce degli italiani di quell'anno: contadini, minatori, operai, gente che secondo me si metteva seduta davanti al televisore in parrocchia, nella sede di un partito, in un bar, a vedere cose che non so fino a che punto capissero, ma erano comunque affascinati da questa cosa che arrivava. Queste facce che tornano per me sono la scansione della storia esplicitata dai volti, dalle persone, dalle masse. Oggi non ci sono più gli italiani in onda. Per trovare i volti dei ragazzi da mettere nell'ultima parte della canzone di Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano, ho fatto molta fatica. Non volevo mettere le veline, oppure questi ragazzi che fanno gli spettacoli il pomeriggio. Volevo i volti degli italiani, quelli che lavorano, quelli che occupano le nostre strade. Non è per demagogia, è che la televisione ha voltato le spalle alle persone comuni, vere. Allora c'erano dei registi, come Blasetti, Sabel, lo stesso Zavoli, che guardavano in faccia le persone. Ho il dubbio che forse adesso si vergognano di guardare in faccia le persone.
Bisognerebbe, inoltre, ricostruire una tematica che mi sta molto a cuore: non si può dipendere solo dagli archivi della Rai, così come non si può dipendere solo dagli archivi del Luce per descrivere alcuni anni della nostra vita dopo il fascismo. I luoghi, le centrali di produzione d'immagine che assorbono investimenti notevoli, non devono dimenticare di raccontarci queste facce, non solo con il telegiornale. Quando sono andato a cercare la documentazione di alcuni episodi come ad esempio l’attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, è stato faticosissimo trovare qualche immagine che non fosse devastata dalla voce di uno speaker. Noi facciamo brutte immagini, ma ci appiccichiamo dei testi che fanno rabbrividire. Questo è un problema che è saltato fuori: abbiamo gli strumenti per documentare l'Italia di oggi? Oppure ci dobbiamo rifare soltanto alle immagini che le televisioni ci propongono? Non ce ne saranno altre? Questo io mi domando.
Nel film sono presenti alcune chicche, alcune sorprese e novità inedite. Qualche esempio?
Innanzitutto, il discorso di Kennedy, che è stato fatto negli Stati Uniti nel 1961, ma era andato smarrito nelle teche Rai. È stato trovato per caso, perché avevo letto su internet che c'era stato un discorso di Kennedy che parlava dell'emigrazione italiana. Naturalmente mi sono domandato se questo discorso fosse stato ripreso dalla televisione italiana, che già allora aveva degli uffici a New York, e l’ho trovato e abbinato, però, alle immagini dei garibaldini che sono emigrati. L'idea che avevo di base è che l'Italia è nel mondo. Lo dice Kennedy, ma lo sappiamo. Abbiamo avuto tradizioni di emigrazione già nel Settecento. Mi sembra siano trentasette i milioni di italiani che se ne sono andati in cento anni. Volevo dare proprio questa idea: tra gli emigrati ci sono stati anche i garibaldini che non sono stati presi nell'esercito piemontese, che erano emigrati per forza. Però noi questi emigrati non li abbiamo mai riconosciuti, perché sono cowboy, trombettieri dell'esercito di Custer, hanno portato la giubba blu.
Ci sono tante avventure del nostro Paese che si sono disperse per una disattenzione secondo me molto colpevole. Ci siamo concentrati molto su una forma di Stato che non siamo riusciti a trovare molto facilmente e si è dimenticato questo aspetto.
La cosa bella in questo lavoro è che, pur avendo in mente un itinerario da seguire, mi sono lasciato sorprendere da quello che ho trovato. Non nascondo che quando, guardando tante cose, ho incontrato Verdone che fa l'ultimo dei garibaldini, per me è stato la ciliegina meravigliosa, perché mi serviva anche demistificare una certa retorica che traspare in televisione e in tantissimi racconti e ricordi di quel periodo. Quindi, lasciarsi sorprendere dal materiale che si trova e poi rifiutare il concetto che la storia sia bloccata nelle sue cronologie. Le cronologie secondo me sono belle perché sono dei romanzi, ma è possibile scompigliarle, andare avanti e indietro, trovare dei nessi e qualche piccolo elemento ripescato dalla fiction. Usare gli ingredienti del racconto mischiando i materiali, anche quelli più sfacciati.
Inserire Garibaldi che dice «Io voglio l'Unità d'Italia» era una dichiarazione di volontà che mi serviva a dire che lui aveva proprio questa idea. Non so se noi lo conosciamo bene. Io sono un suo ammiratore, è un personaggio che ha veramente una storia incredibile. Personaggi forse guidati da una generosità, da una certa forma di esaltazione, ma che avevano in mente idee determinate e positive. Ho voluto prendere lui, la sua storia, quella di Anita, e mescolarla al confronto tra Anna Magnani e Marcello Mastroianni. Lì non c'è bisogno di dire nient'altro. Il cinema, la televisione, secondo me diventano degli strumenti utili per raccontare la storia proprio perché “si lasciano andare”. Quando sono contestualizzati, per cui non scappano di mano, non possono che essere utili.
L'altra sorpresa è una cosa che non ricordavo, probabilmente che non conoscevo. Cercavo un personaggio che potesse dare l'idea del machismo italiano. Ho pensato a quali potessero essere i personaggi e mi è venuto in mente Alberto Sordi che con la sua simpatia, tradisce un modello, un modo di pensare.
Poi c'è una cosa a cui tengo moltissimo, è stata una sorpresa musicale: la canzone 'A cchiù bella, cantata da Giuni Russo. Questa canzone viene da una poesia di Totò che si chiama, appunto, 'A cchiù bella. Giuni Russo l'ha cantata e l'ha fatta diventare la canzone che è stata inserita nel film per affrontare il tema dell'ambiente: ho associato le Alpi a una canzone napoletana. E rende bene l’idea di come abbiamo ridotto un grande Paese. |