Alessandro Portelli, Acciai speciali. Terni, la ThyssenKrupp, la globalizzazione

Alessandro Portelli,

Acciai speciali. Terni, la ThyssenKrupp, la globalizzazione,

Donzelli, Roma 2008, pp. 229

 

di Saverio Luzzi


Nel 1985, Alessandro Portelli, con il fondamentale contributo di Gianfranco Canali, pubblicò per Einaudi Biografia di una città. Storia e racconto: Terni 1830-1985, studio che è un caposaldo della storia orale. Acciai speciali ne rappresenta la continuazione, mostrandoci l’evoluzione storica della città umbra attraverso le testimonianze dei suoi abitanti. Inevitabilmente, vista la particolare storia di Terni, al centro del volume vi sono le vicende della locale acciaieria: questa, sorta nel 1884, è stata venduta dallo Stato nel 1994 ad una cordata per metà tedesca (Krupp) e per metà italiana (Agarini, Falck, Riva), e nel giro di cinque anni, al momento cioè della fusione tra i gruppi Krupp e Thyssen, è passata per intero in mani germaniche.

Anche Terni, la città-fabbrica italiana per eccellenza, è dunque entrata nella realtà economica della globalizzazione e nel 2004-2005 ne ha conosciuto le dinamiche più dolorose: ThyssenKrupp ha presentato un piano di riduzione dei costi che prevedeva la chiusura del reparto di produzione dell’acciaio magnetico, uno dei punti di diamante della fabbrica ternana. Gli operai di Terni sono scesi in piazza in difesa non solo dell’occupazione, ma anche del simbolo identitario della loro città, hanno bloccato più volte l’autostrada e la linea ferroviaria Roma-Firenze, ed hanno inscenato varie forme di protesta, dando vita ad un corteo di 30.000 persone in occasione dello sciopero regionale del 6 febbraio 2004. Tra alti e bassi, la lotta dei lavoratori umbri si è conclusa con un accordo siglato nel 2005 che ha previsto la chiusura del reparto di produzione dell’acciaio magnetico in cambio della salvaguardia del livello occupazionale all’interno della ThyssenKrupp di Terni. Portelli ricostruisce in modo mirabile gli eventi, mette in risalto la tradizionale vocazione di sinistra della città e le sue modificazioni in questi anni di crisi del progressismo (acute sono le osservazioni sui rituali di protesta dei lavoratori nel 2004, mutuati più da quelli degli ultras della locale squadra di calcio, peraltro anch’essi notoriamente “rossi”, che non da quelli storici della tradizione operaia) ed evidenzia come, al di là delle modificazioni del tessuto produttivo di Terni avvenute o solo tentate in questi ultimi anni, la città ed i suoi abitanti ancora oggi non riescano a pensarsi se non in relazione all’acciaieria. E, si badi bene, non si tratta di una relazione solo e semplicemente economica o di pura sussistenza (in altre parole, non si pensa all’acciaieria unicamente perché elargisce uno stipendio), bensì di tipo socio-culturale, di un cordone ombelicale irrecidibile. Malgrado il costante calo degli occupati (oggi sono meno di 4.000 contro i circa 10.000 di un quarto di secolo fa), l’acciaieria continua a costituire, assieme alla contrapposizione campanilistica con Perugia, l’elemento cardine della cosiddetta “ternitudine”, vale a dire di quel fortissimo senso identitario che lega i ternani alla loro città.

Uno dei grandi meriti di Acciai speciali è quello di coniugare lo studio della dimensione locale con quello della dimensione globale. Proprio per questo, Portelli si è recato a Nasik, in India, una città di circa 1.500.000 abitanti in cui dal 2000 ThyssenKrupp produce duecento tonnellate annue di acciaio, di cui tre quarti magnetico, vale a dire quello che non si fabbrica più a Terni. In realtà, spiega Portelli, non è la domanda di acciaio ad essere in calo nel mondo, ma c’è una precisa volontà da parte della multinazionale di delocalizzare la produzione in nazioni dove la manodopera è più a buon mercato e non conosce sindacalizzazione. A Nasik, afferma lo storico dopo aver riportato le testimonianze dei lavoratori locali, “gli operai raccontano storie da prima generazione industriale, molto diverse da quelle dei giovani operai ternani di oggi, ma assai simili a quelle dei loro nonni: storie di fondazione della fabbrica, di migrazione, di retroterra contadini ma anche urbani e artigiani, storie di tensione tra mondo rurale e fabbrica. Quasi tutti mantengono un rapporto profondo con la terra e con la famiglia rurale” (p.117). Portelli riporta anche la testimonianza di un operaio ternano il quale sostiene che la multinazionale abbia fatto smontare e trasferire da Terni in India un forno che per la sua vetustà e per la sua non rispondenza ai criteri minimi di sicurezza non veniva più impiegato nell’acciaieria umbra, il che la dice lunga sul modus agendi di ThyssenKrupp. Discorso non diverso va fatto per una fabbrica di componenti auto sempre di proprietà ThyssenKrupp che si trova in Brasile (Portelli ne trascrive le testimonianze di alcuni dipendenti). Ma globalizzazione significa anche la migrazione di forza lavoro dall’Africa e dall’Est Europa, nonché dall’Italia Meridionale, verso Terni. Decine e decine sono gli operai impiegati presso le ditte appaltatrici operanti presso la ThyssenKrupp, con un tasso di incidenti professionali molto elevato e con livelli di retribuzione decisamente bassi. Negli anni anche Terni è diventata una città multietnica, eppure non ha perso il suo senso identitario. Per Portelli, la “ternitudine” di chi si è trasferito negli ultimi anni a Terni non è meno forte di quella di coloro i quali sono nati e sempre vissuti in città, a dimostrazione che gli allarmi di chi vorrebbe che il nostro paese chiudesse le frontiere agli stranieri sono del tutto fuori luogo.

Ma paradossalmente il nesso più evidente tra migrazione e globalizzazione a Terni non riguarda persone nate in altre nazioni. La prevista chiusura dello stabilimento torinese della multinazionale tedesca ha comportato il trasferimento di numerosi lavoratori piemontesi a Terni, ed a tutto questo si è aggiunta la drammatica vicenda del 6 dicembre 2007, quando un incendio devastò l’impianto di Torino provocando il decesso di sette operai. La vicenda ha dimostrato che la tutela della sicurezza posta in essere dalla ThyssenKrupp in Piemonte non era certo quella più adatta ad un impianto del genere, ma ha anche fatto vedere che tra i colleghi delle due fabbriche non sempre è sorto un rapporto di reciproca solidarietà. Al contrario, varie sono state le frizioni ed i malintesi tra i lavoratori ternani e quelli torinesi, che si sono vicendevolmente accusati di non aver appoggiato le altrui battaglie sindacali.

In conclusione, se il periodo quasi venticinquennale che separa l’uscita di Biografia di una città da Acciai speciali ha cambiato molto della storia mondiale, nazionale e locale, tutto sommato non ha stravolto Terni, città che continua a mantenere un orgoglio di matrice operaia molto elevato. Ed anche se occorre ripensare urgentemente il modello produttivo alla luce dei guasti ambientali e della crisi di sovrapproduzione del capitalismo (ma questo è un discorso che ovviamente vale non solo per Terni), è opportuno mantenere viva la cultura del lavoro e dell’emancipazione sociale che è stata la vera molla del progresso di una città come Terni.





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