Silvio Pons, Berlinguer e la fine del comunismo

Silvio Pons,

Berlinguer e la fine  del comunismo,

Einaudi, Torino 2006, pp. 265

 

di Marco Di Maggio


In questo saggio Silvio Pons analizza il ruolo di Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972 al 1984 (anno del suo decesso), a partire da un punto di vista originale, quello della crisi del movimento comunista internazionale. Facendo uso di un ampio materiale documentario, proveniente sia dai fondi del Pci sia dagli archivi russi, e con grande conoscenza della storiografia italiana e internazionale sul Pci e sul movimento comunista, l’autore ricostruisce la segreteria di Berlinguer, dedicando particolare attenzione alla questione della doppia dimensione in cui opera il  principale partito comunista del mondo capitalistico. Quella di soggetto che fa parte del movimento comunista ma che allo stesso tempo rivendica l’originalità della sua prospettiva democratica, occidentale ed europea.

È a partire da questo approccio che Pons manifesta l’intenzione di valutare il ruolo di Berlinguer operando una sorta di demitizzazione della sua figura. Quest’ultima  nella memoria della sinistra italiana, e non solo, resta quella di un personaggio di enorme levatura: un uomo dalla grande intelligenza politica e dalla quasi eroica tensione morale e civile. L’intento di operare una valutazione storica e demitizzare la figura di Berlinguer diviene, nella prospettiva dell’autore, la chiave per costruire o perlomeno cominciare a realizzare un’analisi storica del processo che conduce a quella che Pons chiama “la fine del comunismo”. Un fenomeno di dimensioni internazionali che assume peculiarità specifiche in Italia e nel Pci, a causa dell’originalità della sua identità politica e culturale e del ruolo che il partito svolge nella storia nazionale.

Seguendo questo indirizzo Pons analizza e ricostruisce l’evoluzione della strategia del Pci berlingueriano. Prendendo le mosse dagli avvenimenti del 1968 (dall’impatto sulla strategia del Pci del movimento di contestazione in Italia e della (Primavera di Praga), Pons individua in Berlinguer l’uomo che si assume il compito di proseguire il tentativo di Togliatti di conciliare l’internazionalismo e l’adesione al movimento comunista con la via democratica al socialismo.  È quindi nel momento in cui il modello sovietico manifesta apertamente la sua crisi che Berlinguer diviene il principale responsabile della politica internazionale del partito, per poi sostituire Longo come segretario generale nel 1972.

Il fallimento dell’esperimento di Dubcek, infatti, rafforza nel Pci e nel futuro segretario la propensione alla ricerca di una prospettiva comunista europea tutta incentrata sulla lotta per la pace e contro l’imperialismo. Una prospettiva che fosse attenta allo sviluppo di vasti movimenti democratici e al dialogo con le socialdemocrazie. Così, in continuità con il testamento politico di Togliatti, il Pci di Berlinguer si impegna prioritariamente nella costruzione di un sistema di alleanze con gli altri Pc d’Europa sia per elaborare una strategia autonoma per i paesi a capitalismo sviluppato che con l’obbiettivo di condizionare la politica sovietica e per fare passare all’interno del blocco socialista quegli elementi di riforma che la Primavera di Praga aveva tentato di introdurre.

L’autore rileva come nel Pci degli anni Settanta permanga una prospettiva tutta orientata a contrastare le politica degli Usa e della Nato. Una strategia che ha come obbiettivo prioritario di modificare una concezione della distensione, quella sovietica, che gli avvenimenti di Praga avevano dimostrato quanto fosse incentrata sull’ equilibrio fra i due blocchi,  piuttosto che sul loro superamento e sullo sviluppo del movimento per la pace.

Con l’eurocomunismo, l’attenzione ai movimenti di liberazione e la centralità attribuita alla questione della democrazia e dei diritti umani, il Pci di Berlinguer pone come programmaticamente prioritaria la lotta per la pace e per il superamento dei blocchi. Malgrado ciò il partito italiano rifiuta, perlomeno fino alla fine degli anni settanta, di porre in discussione il legame con l’Unione Sovietica. Secondo Pons la volontà del Pci e del suo segretario di conservare il legame con l’Urss e di sviluppare la strategia del partito nell’ambito di movimento comunista, rivelano la maggiore contraddizione della politica e della visione strategica di Berlinguer. Nella volontà di dar vita ad un movimento eurocomunista capace di influenzare la politica sovietica e in grado nel lungo periodo di stimolare una ripresa nell’Europa Orientale di quel processo di autoriforma del socialismo interrotto a Praga, Pons riconosce una sorta di anacronismo. Nell’attaccamento all’identità rivoluzionaria e nel mantenimento delle prospettiva del cambiamento socialista l’autore vede la causa del incapacità di traghettare il Pci verso una trasformazione pienamente riformista. Tale trasformazione avrebbe dovuto collocare definitivamente il partito nel campo occidentale attraverso la rinuncia all’antiamericanismo,  e  privilegiando il dialogo e la collaborazione con le socialdemocrazie. In questa prospettiva, e per confermare l’anacronismo della strategia berlingueriana, Pons sottolinea quanto, nel corso degli anni Settanta,  la direzione del partito italiano sia reticente nel riconoscere l’assenza di una reale disponibilità degli altri partiti comunisti, in primo luogo di quello francese, a condividere la prospettiva strategica del Pci.

L’autore individua la regione dell’incapacità del Pci a trasformarsi in partito socialdemocratico in una sorta di richiamo identitario, nel legame con la tradizione culturale del comunismo e con la prospettiva messianica della trasformazione socialista. Secondo Pons tale elemento è ben rappresentato dall’influenza esercitata su Berlinguer da due intellettuali di punta del Pci: Franco Rodano e Antonio Tatò. Citando diversi scritti e note personali che i due indirizzano al segretario, Pons intende mostrare come, ancora nella seconda metà degli anni settanta, si tenda a conservare l’identità comunista, riaffermando anacronisticamente la centralità della prospettiva rivoluzionaria e socialista.

Secondo Pons questi riferimenti, di carattere ideologico-culturale prima ancora che politico-strategico, divengono per il Pci una sorta di rifugio e di ripiego identitario nel momento in cui si fanno evidenti le difficoltà strategiche sia sul piano internazionale sia su quello nazionale, con il fallimento e le contraddizioni della strategia del compromesso storico.

A partire da questa chiave interpretativa del “ripiegamento identitario” Pons analizza anche la crisi che il Pci attraversa negli anni Ottanta, gli ultimi della segreteria di Berlinguer. In questo caso l’autore sostiene che la strategia dell’“alternativa democratica” e l’affermazione della “questione morale” rappresentano il rifiuto di prendere atto della crisi del comunismo e delle forme che essa assume in Italia. In questo modo gli ultimi anni della segreteria di Berlinguer sono interpretati sostanzialmente come un ulteriore arroccamento ideologico che impedisce l’evoluzione del Pci verso un moderno partito riformista. Sotto questa luce Pons legge anche lo scontro fra il Pci di Berlinguer e il Psi di Bettino Craxi; una sorta di contrapposizione lacerante fra conservazione e rinnovamento foriera di conseguenze negative per la sinistra italiana.

Per la ricchezza del materiale documentario come per l’originalità degli spunti interpretativi, questo saggio risulta di particolare interesse proprio perché indica una prospettiva storiografica finora poco praticata dagli studiosi: quella dello studio della crisi del fenomeno comunista nella sua duplice dimensione nazionale e internazionale. Tuttavia, come ha scritto da Sergio Luzzatto sul “Corriere della Sera” del 10 marzo 2006, nel ragionamento di Pons questo indirizzo sembra intrecciarsi e sovrapporsi ad un condizionamento di carattere politico. Mettendo al centro la chiave di lettura dell’anacronismo della strategia berlingueriana, l’autore sembra riconoscervi una delle ragioni della mancata nascita di un moderno partito riformista in Italia. In altre parole Pons non sembra considerare a fondo le ragioni che determinano l’inesistenza di una vero partito socialdemocratico in Italia sia durante quella che viene definita l’“Età dell’oro” sia con la sua fine, che coincide con gli anni della segreteria di Berlinguer. In questo modo Pons sembra ricercare una giustificazione storica e una legittimazione delle  evoluzioni successive del Pci, in particolare delle trasformazioni operate dal suo gruppo dirigente dopo la morte di Enrico Berlinguer e lungo il ventennio successivo.





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