di Fabrizio Nunnari
Com’è noto, l’Europa contemporanea offre un ricco panorama di aree industriali dismesse, che nel tempo hanno profondamente modificato il paesaggio rurale e urbano del continente.
Il dibattito tecnico-politico riguardo tali realtà ha teso a infittirsi di elementi di riflessione laddove la localizzazione degli impianti industriali ha coinciso in maggior misura nell’alterazione degli equilibri ecologici, nel degrado degli spazi limitrofi e nel riconosciuto fallimento delle politiche economiche che determinarono, in alcune regioni, la stessa localizzazione degli impianti.
Attualmente alcuni esempi di riqualificazione delle ex aree industriali, tuttavia, sembrano dare buoni risultati in termini di (ri)valorizzazione paesaggistica e recupero ambientale, e consecutivamente anche nel quadro di una rinnovata visione della geografia economica e dell’offerta culturale, fattori ai quali va a legarsi, per ovvia conseguenza, anche un inedito impulso per la crescita occupazionale. Si veda, su tutti, il caso della Ruhr.
Il bacino tedesco della Ruhr, situato nella Renania settentrionale, è stato uno dei più grandi centri urbano-industriali d’Europa. A partire dall’inizio del XIX secolo ha rappresentato forse il principale sito di estrazione mineraria e di trasformazione metallurgica continentale, tanto da divenire, dopo la Prima guerra mondiale, “cauzione” dei debiti economici della sconfitta Germania guglielmina.
Lungo il XX secolo la crescita dei diversi settori connessi alle attività industriali è stata praticamente costante, e in continua ascesa, con ritmi decisamente elevati nel lungo arco cronologico che va dalla metà degli anni ’30 alla fine del secolo. In termini strettamente economici ciò ha significato un rapidissimo avanzamento produttivo e tecnologico dell’economia tedesca, rimasto sostanzialmente invariato fino alla fine della Seconda guerra mondiale, simultaneamente a una notevole spinta propulsiva sotto il punto di vista occupazionale. Come in molti altri casi, però, a questi fattori si è accompagnata anche una considerevole alterazione delle qualità ambientali dell’intera regione – registrata già nella fase iniziale del mutamento degli indirizzi produttivi locali – largamente ignorata dalla storiografia.
Se nel 1850 i 1500 km quadrati della valle – attraversata dai fiumi Ruhr ed Emscher – risultavano ancora a vocazione prettamente agricola, già nel 1900 essi potevano ormai considerarsi il più grande centro industriale del continente, con una produzione media, al 1910, di circa 110 milioni di tonnellate di carbone ad alto tenore di zolfo. Dando lavoro a più di 400.000 persone, contribuì in modo essenziale ai livelli di produzione dei due giganti della metallurgia tedesca: Thyssen e Krupp1.
Dal punto di vista degli equilibri ecologici, una serie di deroghe alle normative che avrebbero dovuto garantire specifici controlli ai livelli di emissione di inquinanti, tra il 1871 ed il 1918 misero in seria discussione le tradizioni agro-pastorali dell’area. Situazione che migliorò durante il periodo di occupazione franco-belga del 1923 (anno in cui si registrarono fortissimi rallentamenti delle attività degli opifici), ma che riprese a peggiorare tra il 1925 ed il 1929, momento in cui alcune città limitrofe, come Solengin, risentirono gravemente del nuovo rapido potenziamento produttivo delle imprese2.
I livelli di occupazione tra la metà degli anni ’30 e il 1945 crebbero parallelamente ai problemi legati all’incremento della polluzione aerea e dell’alterazione qualitativa dei terreni agricoli. Seguì, con la fine della Seconda guerra mondiale, un periodo di relativo miglioramento, interrotto però con la forte ripresa della produzione industriale durante i primi anni della guerra fredda3.
Il problema del deterioramento degli assetti ecologici assurse a problema politico nazionale nei primi anni ’60, quando durante la campagna elettorale Willy Brandt auspicò la realizzazione di uno specifico piano di intervento. Furono però i governi che vinsero le stesse elezioni ad elaborare la prima serie di normative e provvedimenti strutturali volti ad assicurare dei palliativi alla grave situazione dell’ecosistema renano4.
Le amministrazioni locali e nazionali avvicendatesi negli ultimi trent’anni, tuttavia, hanno dovuto far fronte all’inefficacia di questo primo piano di intervento, che non sembrava risolvere in modo sostanziale gli effetti della straordinaria pressione esercitata dai complessi industriali sul suolo e sulle condizioni atmosferiche. Si è presto resa necessaria l’elaborazione di piani di riequilibrio del profilo urbanistico e degli impianti dismessi, in un programma di bonifica fin da subito ispirato ad un modello di ristrutturazione basato sull’integrazione degli antichi complessi industriali in un contesto strutturale eco-compatibile.
Dopo un lungo iter programmatico la Ruhr vive oggi una profonda metamorfosi. Il progetto di riqualificazione si chiama Emscher Park, e rappresenta uno dei più grandi sforzi di recupero ambientale promosso da un comitato organizzatore europeo, il “Ruhr 2010”.
Avviato nel decennio 1989-1999 dal governo regionale della Renania-Westfalia, questo programma è stato intrapreso in collaborazione con un altro specifico organo d’intervento, l’I.B.A. Emscher Park, società composta da economisti, periti ambientali, rappresentanze sindacali e politiche e da un comitato di coordinamento facente riferimento al ministro dell'urbanistica e dei trasporti. Ai rappresentanti della regione si sono affiancati quelli dei principali comuni locali, degli ordini professionali e decine di singoli professionisti interessati al progetto5. Configurata come un’agenzia di consulenza, questa società sta oggi svolgendo il ruolo di struttura concertativa e partecipativa per il richiamo di gruppi sociali, di settori ambientalisti, di progettisti e imprenditori sinceramente interessati a ragionare su questo comune obiettivo di rilancio.
Nei primi anni di preparazione sono stati raccolti circa 350 progetti, di cui 70 effettivamente calendarizzati, a questi sono andate poi ad aggiungersi altre decine di elaborazioni programmatiche.
Tra i principali obiettivi dei costituiti gruppi di lavoro vi è anzitutto la creazione di un parco paesaggistico, che andrà presto ad ospitare al suo interno una serie di strutture dedicate ad attività ricreative, culturali e scientifiche. In secondo luogo – grazie a specifiche opere di fitodecontaminazione e alla ristrutturazione degli impianti idraulici – è stato pianificato il riassesto idrogeologico del fiume Emsher, i cui progetti prevedono la sperimentazione di innovativi sistemi di depurazione e la totale dismissione del vecchio sistema idraulico.
Le vecchie strutture industriali, stando ai nuovi piani architettonici, tenderanno ad essere adibite a monumenti storici, grazie ad uno specifico programma di restauro conservativo, al fine di ospitare, al loro interno, principalmente attività di interesse turistico e di studio. Consecutivamente, si vorrebbe ridare fiato a tutte quelle attività locali per molto tempo abbandonate, come l’artigianato, coadiuvate dalla creazione di appositi “parchi commerciali”.
Infine, non meno irrilevante, sembra essere l'attenzione verso la riqualificazione dell'aspetto urbanistico delle circostanti aree abitative – fino alla seconda metà del Novecento destinate esclusivamente alle famiglie operaie – oggi sottoposte a iniziative di restauro al fine di rispondere alla crescente domanda residenziale registrata localmente fin dall'inizio dei progetti di rivalorizzazione. Ad oggi, nonostante le molte difficoltà, l’area di intervento riguarda circa 320 Kmq, all’interno dei quali cooperano 17 comuni.
Un enorme programma di ristrutturazione come questo (dal costo complessivo di circa 2 miliardi di euro) dovrà inevitabilmente far fronte a questioni di indubbia “vischiosità” tecnica e normativa, quali, soprattutto, quelle inerenti i piani di bonifica e quelli relativi alla formulazione di una piattaforma di interesse storico e di fruibilità turistica che coinvolgano in egual misura tutte le realtà territoriali e le diverse anime politiche dei governi locali. A tal proposito Frie Leysen, direttrice del Theater der Welt6, ha sottolineato che pur non essendo possibile d'un colpo «risolvere tutti i problemi dell’intera valle – a suo avviso – [sarà] senz'altro indubbio dare un impulso, creare una scossa, al fine di inserire i problemi locali in un contesto più ampio, far conoscere con quali modalità simili realtà hanno vissuto la transizione verso l’epoca post-industriale ma soprattutto creare le condizioni perché ci si muova insieme sulla stessa linea di intervento»7.
L’ex valle industriale, dunque, vorrebbe indirizzarsi verso un nuovo modello di “economia creativa”, fornendo un concreto modello per l’evoluzione di settori “alternativi” senza dimenticare il riassesto dei tradizionali, soprattutto laddove questi, in passato, hanno subito fortissime congiunture negative. I piani di rilancio tenderebbero così ad fare fronte non solo alle questioni di fondo che attanagliano le aree degradate – come le bonifiche o le diverse forme di “attenuazione del danno” – ma anche alla crescente tendenza delle nuove forme dell’abitare, del lavoro di presidio e preservazione del territorio, dell’educazione ecologica ed ovviamente della valorizzazione culturale del patrimonio naturale. Il dato di sostanziale discontinuità, oltre all’aspetto prettamente economico, è fornito inoltre dalla (ri)costruzione del paesaggio, la cui immagine e le cui relazioni con l’uomo tenderebbero ad essere sistematicamente create laddove, fino a qualche decennio fa, si pensavano impossibili.
Una tale urgenza programmatica, oltre all’aspetto localistico, merita di essere analizzata anche nel più ampio contesto della mutazione degli equilibri economici e politici contemporanei. Sempre più forte, infatti, va affermandosi il tema non solo del recupero ambientale e produttivo di aree più o meno circoscritte, ma anche della generale riconversione del sistema economico-produttivo nel suo complesso, e quindi di una rinnovata idea di pianificazione dell’uso del territorio e dell’elaborazione di diversi modelli di localizzazione agro-industriale e terziaria, che – alla luce di una emergenza relativa non solo all’instabilità del sistema ecologico ma anche a quello occupazionale e macroeconomico – deve ormai necessariamente emanciparsi da interessi strettamente accademico-scientifici (che pur molto hanno fin’oggi offerto in termini analitici e di ricerca)8, per muovere verso quelli rispondenti ai concreti bisogni di vivibilità e di sviluppo. L’esame di una più organica compatibilità, in merito all’inserimento di elementi esogeni all’interno di cornici territoriali di antica tradizione rurale, diviene l’imperativo a cui governi locali, apparati centrali e responsabili gruppi d’impresa dovrebbero far riferimento per superare definitivamente alcuni modelli di avanzamento produttivo che troppo spesso hanno ignorato le naturali necessità dell’ambiente ospitante.
1 J. R. McNeill, Qualcosa di nuovo sotto il sole. Storia dell’ambiente del XX secolo, Einaudi, Torino 2002, p. 109.
2 Per circa 18 mesi le scuole cittadine rimasero chiuse per le conseguenze delle emissioni aeree del distretto: ibid., p. 111. Cfr. F. J. Bruggemeir A nature fit for industry. The environmental history of the Ruhr Basin 1840-1990, in «Environmental History Reviw», XVIII (1994), n 1, pp. 35-54.
3 Solo nel 1956, va ricordato, le locali miniere arrivarono a estrarre circa 124 milioni di tonnellate di carbone: http://www.ocs.polito.it/biblioteca/giardini/emscher_s.htm
4 Mc Neill, op. cit., p. 112. Si veda anche F. J. Bruggemeir The Ruhr Basin 1850-1980. A case of large scale environmental pollution in P. Brimblecombe e C. Pfister (a cura di), The silent countdown. Essays in European environmental history, Springer-Verlag, Berlino 1990, pp. 210-227.
5 http://www.iba.nrw.de/main.htm cfr. http://www.ocs.polito.it/biblioteca/giardini/emscher_s.htm
6 Uno dei più noti festival teatrali tedeschi organizzato in forma itinerante a cadenza pluriennale: http://www.theaterderwelt.de/index.htm.
7 http://www.lettera43.it/fatti/5004/come-sta-cambiando-il-bacino-industriale-d-europa_breve.htm
8 Essenzialmente: K. Hudson, Archeologia Industriale, Zanichelli, Bologna 1981; Una bibliografia sul Patrimonio Industriale italiano (1970-1999), V. Bolognesi (a cura di), Athena, Napoli 2000; Gli Ecomusei del Patrimonio Industriale in Italia. Analisi e prospettive, G.E. Rubino (a cura di), Athena, Napoli 2001; S. Neri-Serneri, Natura, industria e società : per una storia dell'ambiente in età contemporanea, Centro interuniversitario per la storia del cambiamento sociale e dell'innovazione, Siena, 2000.









