Paul Ginsborg,
Il berlusconismo e il governo Monti
“Incontri del giovedì”, 15 dicembre 2011
a cura di Fabrizio Nunnari
Paul Ginsborg è ormai un nome noto non solo all’interno degli ambienti accademici italiani – essendo uno dei più rinomati storici stranieri interessati alla storia del nostro paese – ma anche una figura di spicco nel vasto panorama politico nazionale. Per ciò che concerne la sua attività scientifica è giusto il caso di ricordare alcune delle più note opere di cui è stato autore e curatore:Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49(Feltrinelli 1978); Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988 (Einaudi 1989); Dialogo su Berlinguer, con Massimo D'Alema (Giunti 1994); L'Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996 (Einaudi 1998); Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica (Einaudi2003); Il tempo di cambiare. Politica e potere della vita quotidiana (Einaudi 2004); La democrazia che non c'è(Einaudi 2006) Salviamo l'Italia (Einaudi 2010).
Per quanto riguarda invece il suo impegno civile, va ricordata la sua attiva partecipazione al movimento dei “girotondi” (nel 2002), e, in tempi più recenti, la fondazione dell’associazione “Libertà e giustizia”, in collaborazione con Gustavo Zagrebelsky. È, in ultimo, tra i promotori, insieme allo storico Marco Revelli, del nuovo soggetto politico ALBA (Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente).
Esperto di storia politica e sociale, ha ultimamente allargato i suoi interessi agli aspetti delle trasformazioni della cultura italiana, con particolare riferimento agli ultimi decenni del Novecento e del secolo in corso.
Lo scorso 15 dicembre 2011, per gli incontri del giovedì, Ginsborg ha affrontato uno dei temi che ormai da diversi anni stimola l’interesse di storici, politologi, sociologi e del vasto mondo del giornalismo: l’ascesa e la parabola politica di Silvio Berlusconi, non solo nelle sue forme strettamente personalistiche ma anche in riferimento alle ricadute che essa ha determinato nella società contemporanea.
Ginsborg ha impostato il suo intervento attorno ad alcuni nodi del fenomeno che vede protagonista l’ex presidente del consiglio.
Prima di tutto, a suo avviso, c’è da chiedersi se esista o sia esistito, di fatto, un “berlusconismo” propriamente detto. Merita tale accezione? Se si, cos’ha in comune con altri noti personalismi della storia? E quali fattori ne hanno determinato l’esistenza?
Stando al suo esame – frutto dell’interrelazione tra metodologia storica e scienze sociali – Ginsborg crede che, contrariamente ad altri fenomeni personalistici avvicendatisi negli scorsi secoli, va anzitutto tenuto conto che l’esistenza di un “berlusconismo”, così come comunemente inteso, non è attribuibile certamente alla sua longevità. Parliamo infatti di un fenomeno molto rapido, la cui dimensione politica e l’insieme dei fattori che contribuirono alla sua affermazione elettorale, non ne giustifica in sé l’esistenza, essendo stata, nonostante i dati di continuità, abbastanza breve (circa 9 anni di governo in tutto). L’esistenza di questa nuova forma di personalismo andrebbe piuttosto ricercata in una più specifica e progressiva permeazione culturale, la quale, tuttavia, è riuscita ad esercitare tutta la propria forza grazie alla complicità e all’appoggio aperto di taluni pezzi di politica istituzionale. Si pensi, ovviamente, all’affermazione del potere mediatico che vide protagonista lo stesso Silvio Berlusconi grazie ai decreti sull’utilizzo delle frequenze televisive per network privati approvati tramite voto di fiducia, nel 1984, durante il primo governo Craxi1. La televisione commerciale, a partire da quel momento, diviene il principale punto di riferimento di un nuovo sistema di potere. Un sistema inedito, perché fondato non solo sull’intrattenimento, ma anche sulla diffusione su ampia scala di nuovi canoni culturali2.
Ma cos’è questo canone culturale? Può essere considerato un soggetto originale o è piuttosto declinabile come una sorta di derivative, un elemento che nonostante le apparenze fa di fatto riferimento a modelli antecedenti e predeterminati? È ormai chiaro, d’altra parte, che il riferimento politico-culturale del sistema nato attorno alla figura di Berlusconi è quello di stampo neo liberista affermatosi proprio tra la fine degli anni ’70 e l’inizio del decennio successivo. Si pensi all’adattamento nazionale di tutti quei prodotti televisivi – come i reality show o i quiz di origine anglo americana – imperniati attorno ad alcuni concetti-standard di chiara derivazione liberal-conservatrice quali la competizione, l’eliminazione dell’avversario e l’affermazione individualistica. Allo stesso modo il riadattamento di alcuni palinsesti destinati a determinate tipologie di audience e di fasce sociali e alla diffusione dei prodotti cinematografici che compaiono per la prima volta nei televisori italiani durante i primi anni ’80.
Attraverso l’analisi di questo quadro, è così possibile riconoscere due fondamentali aspetti del fenomeno: anzitutto la scarsa autenticità del modello culturale diffuso; allo stesso tempo la strumentalità con la quale il sistema berlusconiano si è servito di prodotti a volte molto lontani dal suo profilo politico-ideologico, in considerazione del fatto che quegli stessi prodotti, nel contesto storico in cui prese forma la sua ascesa, hanno rappresentato un’immediata fonte di profitto. E in effetti, durante i primi anni di diffusione della tv commerciale e dei prodotti editoriali berlusconiani, risultava molto difficile riconoscere specifici contenuti ideologici. Tutto appariva estremamente nebuloso, poiché, di fatto, non esisteva ancora un diretto interesse di influenzare politicamente il proprio pubblico. Il principale elemento di coinvolgimento è rappresentato dalla commerciabilità del prodotto, una commerciabilità, nei primi anni di affermazione mediatica, quasi completamente fine a se stessa.
Solo in un momento successivo qualcosa cambia, determinando – si fa qui sempre riferimento alla citata introduzione al fenomeno e alla interpretazione connessa data da Ginsborg e da Enrica Asquer – una forte discontinuità storica nel processo di affermazione personale di Berlusconi e delle sue aziende. Dalla seconda metà degli anni ‘80 è già ravvisabile una più precisa tendenza alla ideologizzazione dei propri messaggi, segnando l’inizio di una graduale ed intensissima permeazione del proprio modello all’interno dei più sfaccettati livelli sociali3.
Diviene sempre più chiara la propensione a fornire letture della realtà chiaramente indirizzate. Da un lato si propone una evasione pura dalla realtà stessa, distogliendo volutamente l’attenzione da talune questioni o problemi; dall’altra viene reso sistematico un metodo di comunicazione e di informazione fortemente semplificato, superficiale, avulso da approfondimenti critici e da documentazioni attendibili. Il tutto arricchito da un preciso linguaggio “estetico” e dalla sempre più massiccia promozione di determinati stili di consumo.
Attraverso lo studio di questo mutamento, è dunque possibile rintracciare le radici anche di un corollario di figure intellettuali che tenderanno ad accrescere il proprio profilo professionale sull’onda di un populismo che diverrà presto il principale strumento di affermazione politica. Tali gruppi avranno così il fondamentale ruolo di diffusione di uno stereotipo imperniato sull’autocelebrazione della propria persona – grazie all’uso di una specifica “narrazione eroica” – e sulla manifestazione dei propri traguardi e della propria ricchezza materiale.
Altro elemento di particolare interesse per Ginsborg risulta essere poi quello relativo ai rapporti di genere che prendono forma all’interno del sistema mediatico berlusconiano.
Partendo dal presupposto che i rapporti di genere determinano in molti casi la qualità, o per meglio dire, lo “stato di salute” delle democrazie nazionali, appare abbastanza naturale riflettere sulle relazioni tra l’affermazione di un modello culturale sostanzialmente improntato su un linguaggio estetico evidentemente maschilista e le ripercussioni che ciò determina nella diffusione dell’immagine stessa della donna all’interno di una complessa società come quella contemporanea. La donna delle tv berlusconiane, come noto, è una donna sempre semi-vestita, il cui profilo sfiora spesso l’indecenza, senza però oltraggiare mai la morale religiosa del paese.
È senza dubbio sotto questo punto di vista che il berlusconismo ha prodotto qualcosa di veramente originale, poiché risulta estremamente difficile trovare esempi di simili squilibri, negli stessi anni della sua affermazione mediatica, in Europa o nel resto del mondo.
Ed ecco quindi che agli occhi dello storico emergono elementi determinanti in termini di periodizzazione: nell’analisi dell’evoluzione della proposta televisiva ed editoriale di Berlusconi, oggi, è facilmente riconoscibile una figura che muta gradualmente la sua immagine. Vi è un primo Berlusconi: l’imprenditore che cavalca gli anni del craxismo e della “Milano da bere”, che lancia un’immagine di sé liberale ma allo stesso tempo moraleggiante, devoto alla sua famiglia, a sua moglie, attento a non oltrepassare mai la sottile linea della dissolutezza degli istinti. E poi un uomo nuovo, che negli anni ha acquisito un fortissimo peso politico, e che sempre più sfacciatamente mette in mostra le sue incontinenze sessuali fino a lambire la volgarità e l’imbarazzo di chi lo accompagna.
Se è vero che questa trasformazione ha in parte garantito a B. la possibilità di far breccia in certe fette di società, determinandone anche innumerevoli successi e forte consenso elettorale, a parere di Ginsborg, a questa trasformazione bisogna far riferimento per comprendere anche il suo declino in termini specificatamente politici.
Questi aspetti, tuttavia, potrebbero risultare imprecisi se non supportati da una più attenta analisi teorica. Per comprenderne il senso profondo, ci dice Ginsborg, è necessario riflettere più attentamente sul concetto di libertà. E più precisamente sui due tipi di libertà codificati dalla lunga tradizione del pensiero filosofico europeo: la libertà “da”, e la libertà “di”. La prima, è certamente quella che più si confà all’immaginario idealistico del berlusconismo, poiché – in diretta relazione con il concetto di “libertà negativa”, elaborato dal pensiero liberale classico – essa si fonda sulla ricerca di una liberazione dell’individuo da qualsiasi interferenza esterna che implichi il controllo e l’imposizione di vincoli all’iniziativa personale; che sia essa un’interferenza dettata dalle leggi dello stato o da gruppi sociali che, secondo le istituzioni democratiche, hanno il compito di monitorare gli equilibri di potere di una nazione. Così come introdotto dal filosofo Isaiah Berlin, essa si distingue fortemente dalla libertà “di”, che fa invece riferimento a sistemi valoriali positivi, come il senso della collaborazione e della condivisione di norme e risultati.
Riflettendo quindi sugli effetti che questo periodo della storia d’Italia ha prodotto nella società e nelle istituzioni democratiche, è dunque possibile giungere al riconoscimento di una dato sconfortante, ovvero l’evidente instaurazione (o restaurazione) di un sistema di dipendenza dal fenomeno personalistico, o per meglio dire, di ’”internalizzazione” generalizzata del personalismo berlusconiano.
Balza così subito alla mente il quesito posto pochi anni fa dal sociologo Paolo Ceri: il berlusconismo è forse solo un gioco di specchi? È ormai possibile considerarlo il valore dominante della nazione? Contrariamente allo stesso Ceri e a Paolo Severino, Ginsborg crede di no. Poiché se è vero che il successo elettorale ha determinato conseguentemente anche un successo sul piano culturale, ciò non può essere esteso all’intero sistema-Italia, il quale, nonostante tutto, ha saputo, in questi ultimi decenni, anche resistere ed opporsi al diffondersi di un tale fenomeno. Si pensi alle tante iniziative nate “dal basso” negli ultimi anni e alle opposizioni che, seppur minoritarie, hanno saputo far da argine anche all’interno delle istituzioni. Forme diverse, attori diversi hanno saputo rifiutare il “modello B”, non temendone le complesse capacità di influenza, e concorrendo, anzi, affinché anche sul piano politico potessero realizzarsi sostanziali trasformazioni, come la recente cronaca dimostra.
Il governo Monti, sebbene stia ricevendo non poche critiche da parte di molta parte della società civile e dalla politica, rappresenta un importante dato di discontinuità e di superamento di certi “standards”. Un dato imprescindibile se si vuol comprendere con precisione gli anni che ci siamo recentemente lasciati alle spalle. L’interpretazione che Ginsborg ha fornito nel corso del nostro incontro del governo tecnico richiama in causa una precisa cultura politica, quella della “destra storica”, a lungo minoritaria in un Paese che non ha mai avuto un vero e proprio schieramento conservatore almeno dalla fine del regime liberale. La categoria di “destra storica” consente, fra l’altro, di fornire una definizione politica per questo governo tecnico sì ma trasversalmente sostenuto, forse proprio perché estraneo alle culture politiche di tutti partiti attualmente rappresentati in Parlamento. Al tempo stesso la “rivelazione” della natura non tecnica, ma squisitamente politica, del governo rimette in causa, oggi a qualche mese di distanza dall’incontro e quindi a mente più calda e meno costretta da una logica dell’emergenza, all’epoca ancora più cogente che oggi, l’opportunità di rimettere in discussione quella impostazione per restaurare una dialettica politica. Quest’ultima non è solo lo spirito fondante di ogni democrazia ma anche un passaggio necessario di fronte alla non esaustività delle soluzioni governative proposte rispetto alla crisi che attraversa il nostro paese e l’Europa in genere. La fase del berlusconismo è indubbiamente terminata e la sua fine ha dimostrato i limiti di un discorso pubblico, e di ogni connessa riflessione intellettuale, capace di leggere l’Italia sotto la lente esclusiva della figura di Berlusconi. Il berlusconismo, inteso come intrinseca specificità del caso italiano rischia proprio di far perdere quanto di specifico abbia, oggi, la crisi del nostro Paese se esso non viene inserito, e come fenomeno subalterno, all’interno di una crisi più generale. Quello di “crisi” è un lemma che va assunto selettivamente ed è qui inteso come il processo che sta investendo sia le democrazie nazionali europee sia alcuni paradigmi ideologico-politici di riferimento, come quelli della rivoluzione neo-conservatrice o del monetarismo, che mostrano oggi la corda senza che l’esperienza Monti rappresenti, nei loro confronti, una valida alternativa o una novità sensibile.
Sotto ogni punto di vista, allora, l’esperienza ventennale berlusconiana è ormai passata alla storia senza però trapassare ossia senza essere mera parentesi. Come tale va studiata e analizzata nel profondo, risalendo ad esempio – e questo è un momento che manca nella ricostruzione di Ginsborg e della Asquer – anche alle radici delle varie culture politiche, unificate principalmente da un forte riferimento all’anticomunismo che Berlusconi non dimentica mai di ricordare, che hanno dato vita e forza alla esperienza della destra italiana nella seconda repubblica. E però, probabilmente, è ancora più importante, visti i suoi addentellati nell’attualità e il suo peso specifico maggiore, leggere questa ricerca e questo studio necessari all’interno di una analisi incrociata che rimetta al centro della riflessione storica quello che è il centro della nostra vita: il capitalismo contemporaneo, nelle sue contraddizioni, nella sua complessità e nella frattura della sua curva di equilibrio tra desideri ed effettive potenzialità che sta alla base della crisi, o della metamorfosi, che, oggi, le democrazie europee affrontano oltre il governo Monti e oltre la nascita di una presentabile “destra storica”.
1 Su questa vicenda si veda P. Ginsborg, L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato (1980-1996), Einaudi, Torino 1998, p. 289-292.
2 Relativamente al radicamente culturale del discorso pubblico berlusconiano, nella interpretazione che ne dà Ginsborg, P. Ginsborg, Enrica Asquer, Introduzione, Id. (a cura di), Berlusconismo, Laterza, Roma – Bari 2011, pp. XII-XXI-
3 L’avvicinamento diretto di Berlusconi alla politica risale almeno a dieci anni prima, come testimonia il finanziamento di circa 100 milioni di lire che il futuro leader di Forza Italia destinò a Democrazia Nazionale, partito nato da una scissione del Movimento Sociale Italiano, nel febbraio del 1977. Una vicenda interessante e che va letta, a parere di chi scrive, non tanto come il sintomo di una matura scelta politica orientata a destra, quanto nell’ottica del sostegno a un partito, D.N., che aveva assunto nei confronti del compromesso storico una posizione, quella dell’astensione, chiaramente meno invisa alla nuova segreteria socialista guidata da Bettino Craxi che non ai principali contraenti della solidarietà nazionale, D.C. e P.C.I., cui avrebbe fatto più comodo il voto contrario di tutta la destra parlamentare, piuttosto che l’astensione, per evitare che le due astensioni, del P.C.I. e delle destre, potessero essere messe sullo stesso piano. Sul finanziamento si veda R.Delfino, Prima di Fini, Bastogi, Foggia, 2004, p. 47; http://www.fondazionespirito.it/newsletter/n3/saggiorossi.pdf, p. 5.









