a cura di AmiGi
Incontriamo Giambattista Scirè, storico contemporaneista, per parlare di ricerca e concorsi. Scirè è nato a Vittoria (RG) nel 1975, si è laureato in Storia nel 2000 all’Università di Firenze. Assegnista di ricerca dal 2002 al 2004 presso il Dipartimento di Studi storici e geografici della stessa università, nel 2005 ha vinto il concorso di dottorato in Studi storici per l’età moderna e contemporanea. Nel 2008 ha discusso la tesi, intitolata La Sinistra indipendente e la crisi degli anni Settanta. Politica, cultura, società e subito dopo ha vinto un assegno triennale di ricerca.
Amigi: Innanzitutto vorremmo chiederti di riassumerci in breve la tua formazione culturale.
Scirè: Mi sono laureato con Mario Giuseppe Rossi, scrivendo una tesi su “Elio Vittorini e il Pci tra cultura e politica”: in sostanza il mio lavoro ricostruiva le vicende dello scrittore siciliano fino al 1951, quando si allontanò definitivamente dal partito, dopo la celebre polemica con Togliatti. In un capitolo della mia tesi affrontavo la prima forma di dialogo tra cattolici e laici nel secondo dopoguerra.
Amigi: Un tema che ha segnato la tua intera produzione storiografica.
Scirè: Esattamente. Di seguito ho vinto il concorso per un dottorato di ricerca sulla storia della Sinistra indipendente. Ho scritto una serie di articoli per “Italia contemporanea” e svolto un’ampia attività di ricerca, specie sul fondo Mario Gozzini presente all’Istituto Gramsci toscano. È stato un lavoro molto faticoso ma estremamente gratificante che ha poi dato vita a “La democrazia alla prova”, la mia prima monografia, edita nel 2005 da Carocci.
Amigi: Poi, negli anni, ti sei occupato di storia sociale e politica nel senso più ampio, con due volumi importanti sulla storia del divorzio e dell'aborto in Italia, editi da Bruno Mondadori nel 2007 e nel 2008.
Scirè: Dalla base documentaria della Sinistra indipendente e ampliandola in varie direzioni che qui non riassumo per ovvie ragioni di brevità, ho continuato a sviscerare la questione del rapporto tra laici e cattolici nell’Italia repubblicana. Però il mio punto di partenza, il momento fondante della mia attività di ricerca, resta sempre la mia tesi di dottorato (che uscirà in un volume specifico dopo l'estate).
Amigi: Tu sei uno storico che ha affrontato temi non solo politici, ma che ha anche realizzato un croisement con la storia sociale e con fonti documentarie “atipiche”.
Scirè: Sì. Ho tentato di unire alle fonti archivistiche, quelle giornalistiche, i bollettini medici, fonti giuridiche, provando a fornire un quadro il più dettagliato possibile degli argomenti studiati. Si tratta di vicende affrontate in modo dicotomico dalla saggistica ad esse coeva. Proviamo a pensare solo alla drammatica realtà dell’aborto clandestino in Italia negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. La saggistica che affronta questo tema è sostanzialmente di due tipi: da un lato, la difesa strenua dei cattolici, dall’altro le ricostruzioni di parte del mondo radicale. Spunti oggettivamente interessanti e fondanti per una ricerca storica, ma in sé inattendibili per la ricostruzione.
Amigi: Uno storico come te, dal profilo scientifico ampio, strutturato, con almeno tre monografie di rilievo (cui dovremmo aggiungere Il mondo attuale come problema storico, scritto con Giovanni Gozzini ed edito da Archetipo libri nel 2007), in un paese normale dovrebbe essere già docente universitario. Invece?
Scirè: Invece, evidentemente nel nostro ambiente spesso – non sempre, ma spesso – il profilo scientifico di un ricercatore non è l’elemento decisivo per l’avvio e la prosecuzione della carriera accademica.
Amigi: A tal proposito, possiamo riferirti che uno storico di grande prestigio come Francesco Pitocco recentemente ci ha detto di essere diventato docente a 32 anni con un libro e due articoli. Perché oggi non è così? Quali sono gli elementi decisivi che invece contano?
Scirè: Prima di tutto bisogna considerare l'eliminazione del turn-over e la difficoltà drammatica della chiusura degli accessi, in particolare a partire dagli ultimi 5 anni, e la riduzione ai minimi termini dei concorsi banditi. Di sicuro molto spesso conta l’affiliazione, l’appartenenza a cordate che hanno potere, la conoscenza delle persone giuste da parte dei candidati. Ad esempio, sarebbe interessante censire la percentuale dei commissari che entrano nelle commissioni nel corso degli anni: probabilmente ci accorgeremmo che c’è un’alta frequenza di nomi che ricorrono sempre, mentre altri ricorrono molto di rado.
Amigi: È una realtà drammaticamente vera. E questo non favorisce né la mobilità sociale, né l’innalzamento del valore della ricerca scientifica. Qual è lo stato di salute dell’università italiana dai punti di vista professionale ed etico? Secondo noi, è tutt’altro che buono.
Scirè: Non è affatto buono. Si parla tanto di “questione morale” nella vita politica, ma direi che anche nell'università esistono, sostanzialmente, gli stessi problemi. Per le esperienze che io ho vissuto, mi sento di affermare che c'è una sorta di prassi – la quale non necessariamente si traduce in malafede – che tende a privilegiare o a preferire nella valutazione il candidato che non ha i titoli migliori, ma chi ha un più consolidato rapporto con il luogo ove è stato bandito il concorso. Oppure, il candidato che ha un rapporto più ravvicinato con i commissari o con i loro punti di riferimento culturali e di potere. Questo potrebbe, al limite, anche avere un senso nel momento in cui i candidati sono di un livello sostanzialmente analogo, per cui – a parità di curriculum e valore della produzione scientifica – non sarebbe ingiusto premiare il genius loci. Tuttavia, una simile modalità procedurale non può diventare il fattore dirimente per consentire la vittoria di un concorso.
Amigi: Provocatoriamente ci è venuto in mente che, giunti a questo punto, la cosa migliore da fare sarebbe eliminare completamente le procedure concorsuali e procedere ad una cooptazione regolamentata (o chiamata nominale che dir si voglia). Ti pare una provocazione sensata?
Scirè: Il discorso ha una sua validità e una sua logica, specie alla luce del continuo e ipocrita richiamo al merito che viene fatto da più parti e in modo superficiale, ma che poi – nei casi specifici – non viene tradotto in pratica. Permettetemi di continuare con la provocazione: la chiamata nominale potrebbe servire a responsabilizzare l’ambiente.
Amigi: Infatti, oggi un commissario non è minimamente responsabile delle sue scelte. Invece, continuando nella provocazione, dandogli il diritto di “scegliere” e premiando con scatti di carriera il lavoro suo e del suo allievo, forse ci penserebbe un po’ prima di decretare la vittoria di candidati improbabili.
Scirè: Già, è il principio della cooptazione regolamentata. Ma il sistema, tenuto conto che siamo pur sempre in Italia, potrebbe prestarsi ad abusi di vario tipo.
Amigi: Veniamo però alla questione principale di questa intervista. Cosa è successo all’Università di Catania?
Scirè: Mi sono presentato a un concorso per ricercatore universitario a tempo determinato, settore M-Sto/04, vale a dire Storia contemporanea. Il concorso è stato bandito da quell’Università l’11 agosto 2011 e prevede un contratto di lavoro a tempo determinato – cinque anni complessivi – «per lo svolgimento di attività di ricerca, didattica e didattica integrativa» da assegnarsi mediante concorso pubblico. Settore scientifico disciplinare: storia contemporanea. Il 4 ottobre viene nominata la commissione esaminatrice, la quale inizia a lavorare un mese dopo, stabilendo le regole concorsuali. Essa decide che la valutazione dei candidati debba tenere conto di titoli, curriculum e produzione scientifica. La commissione decide di poter assegnare al massimo trenta punti per la valutazione dei titoli e settanta per le pubblicazioni. Queste ultime verranno ritenute tanto più “valide” quanto più risponderanno a criteri di originalità, innovazione metodologica, importanza nonché congruenza con il settore scientifico-disciplinare del concorso.
Amigi: Fin qui, tutto normale o quasi.
Scirè: Diciamo di sì. La commissione procede a una scrematura dei candidati, e i sei ritenuti più meritevoli vengono ammessi alla seconda fase concorsuale, quella in cui si discutono titoli e produzione scientifica.
Amigi: Tra i sei più meritevoli ci sei anche tu.
Scirè: Sì. Il 20 dicembre vengono pubblicati i risultati del concorso. La vincitrice ottiene 89,3 punti e io mi piazzo dietro di lei con 86,45 punti. A quel punto, piuttosto sorpreso dall’esito della vicenda, chiedo accesso agli atti della selezione, e scopro quel che mai mi sarei atteso.
Amigi: Vale a dire?
Scirè: Vale a dire che la persona dichiarata vincitrice dalla commissione ha una laurea in architettura, quindi non è una storica. Non solo: a differenza mia e di altri candidati, non è nemmeno in possesso del titolo di dottore di ricerca.
Amigi: Ma almeno la candidata dichiarata vincitrice avrà avuto un numero di pubblicazioni superiori al tuo.
Scirè: No.
Amigi: Non è possibile.
Scirè: Invece è proprio così. Come detto in precedenza, la commissione aveva stabilito un tetto massimo di settanta punti per le pubblicazioni. Tra monografie e articoli, io ho presentato un numero di pubblicazioni che valeva centodieci punti. Paradossalmente, in base ai criteri di cui sopra, io per quel concorso avevo troppe pubblicazioni.
Amigi: Insomma, troppo bravo per vincere!
Scirè: Se volete metterla su questo piano… Diciamo però che, a causa del tetto di settanta punti stabilito dalla commissione, me ne sono stati “bruciati” quaranta. C’è però un’altra incongruenza che va messa in risalto. La commissione ha deciso di attribuire venti punti a ogni monografia presentata, decisamente molti, il doppio di quanti vengono abitualmente riconosciuti in procedure analoghe. La candidata vincitrice ha presentato due monografie, per cui ha totalizzato trenta punti, e globalmente è arrivata a sessantatré.
Amigi: Quindi tu, con oltre il doppio delle pubblicazioni, hai ottenuto solo sette punti in più nella valutazione della tua produzione scientifica.
Scirè: Esatto. Io settanta punti e la vincitrice sessantatré.
Amigi: Sembra quasi che la commissione abbia deciso di cucire un vestito su misura di una persona, più che gestire un concorso.
Scirè: Diciamo che la vicenda ne autorizza il legittimo sospetto. In questo casi, direi che la cosa migliore da fare è chiedere l'accesso agli atti della commissione, che, forse non tutti sanno, è un diritto di ogni candidato. Poi ho presentato ricorso al Tar, il quale mi ha dato ragione imponendo il riesame del concorso. La commissione si è nuovamente riunita (curiosamente non a Catania, bensì a Roma) e di fatto non ha tenuto conto di quanto previsto dal Tar in fase cautelare, ribadendo che la vincitrice quella era e quella doveva rimanere. Allora ho presentato un nuovo ricorso (del quale attendo l'esito a breve). Intanto l’onorevole Paolo Corsini (Pd, docente di Storia moderna a Brescia) ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro Profumo affinché sia fatta luce sulla vicenda. Permettetemi però di aggiungere un’altra cosa.
Amigi: Prego.
Scirè: La stessa commissione ha definito “eccentrica” la formazione culturale e la produzione scientifica della persona dichiarata vincitrice del concorso in questione. Ma i libri della persona in questione – contro cui non ho nulla di personale – riguardano un ambito scientifico che poco o nulla ha a che fare con la storia contemporanea. Sono monografie attribuite a storia urbana, ma con un evidente tagli di progettazione e sistemazione del territorio, riconducibile al quadro disciplinare di architettura, come peraltro dimostrano l'intero curriculum e gli assegni di ricerca della candidata. Ho il massimo rispetto per questi lavori, intendiamoci, ma mi permetto di ritenerli non attinenti all’ambito disciplinare-concorsuale di cui stiamo parlando, per di più se tra le esperienze pregresse non c'è né una laurea in storia né un dottorato di ricerca. A questo proposito mi conforta il parere di autorevoli docenti.
Amigi: Quanto accaduto in quella sede ci deve portare a riflessioni generali. Ci si lamenta dello scadimento degli studi storici, nonché della totale impreparazione metodologica e culturale con cui personaggi che nulla hanno a che fare con questo mestiere scrivono libri che passano per essere testi “di storia” (ogni riferimento a Bruno Vespa, Giampaolo Pansa e Pino Aprile è fortemente voluto). Poi si predispone un concorso per un posto da ricercatore universitario di storia contemporanea non dando alcun valore né al titolo di dottore di ricerca in questa stessa materia, né alla laurea.
Scirè: Qualora fosse vero che il dottorato di ricerca è un momento di verifica delle capacità individuali e anche corali – perché chi frequenta un dottorato deve partecipare a seminari e deve dunque confrontarsi con docenti e colleghi di corso – considerare questo titolo come un elemento solo e semplicemente preferenziale è sbagliato. Il dottorato di ricerca deve rappresentare un momento obbligatorio e imprescindibile per la vittoria di un concorso, almeno a questo livello di specializzazione. Se invece si vuole ridurre il dottorato a un momento puramente formale, accessorio, marginale nella formazione di uno studioso, allora tutto questo ha un senso. Il fatto che la suddetta commissione abbia sottostimato e dequalificato questo fondamentale titolo, abbassando il punteggio massimo attribuitogli da 7 a 4 punti, è la riprova di una valutazione quanto meno discutibile del dottorato di ricerca.
Amigi: Invece a volte concetti come quelli di “competenza” e “attinenza disciplinare” paiono di secondaria importanza.
Scirè: Sinceramente, come uomo e come studioso, non avrei il coraggio di presentarmi a un concorso bandito per un settore disciplinare diverso da quello nel quale mi sono formato, in quanto sono conscio di non possedere gli strumenti necessari a padroneggiare quella disciplina. Con questo non voglio ricadere nello specialismo esasperato: al contrario, l’interdisciplinarità è il valore aggiunto di un bravo studioso. Io stesso, nei miei studi, ho sempre cercato di praticarla. Ribadito tutto questo, sono fermamente convinto che nella carriera di ognuno di noi ci sono degli elementi oggettivi che non possono essere messi in discussione. Io so di essere uno storico in quanto mi sono formato in questa disciplina, e ci sono voluti anni di studio per consentirmi di acquisirne la necessaria preparazione. Sono cose che, come ben sapete, non si improvvisano. Poi, come storico, posso – anzi, eticamente e deontologicamente devo – tentare di arricchire il mio percorso ampliando i miei orizzonti disciplinari, ma tenendo ferma la barra sul mio essere storico, non pensando di essere oppure di poter diventare qualcosa di diverso. Passare disinvoltamente da una disciplina ad un’altra, nel giro di poco tempo e inevitabilmente senza possedere gli “attrezzi del mestiere”, non può che essere considerato scorretto.
Amigi: Questo vale solo per la ricerca o anche per l’ambito didattico?
Scirè: Se uno studioso non ha dimostrato di sapersi muovere nell’ambito della ricerca, poi non può pensare di essere capace di padroneggiare la didattica. Con la riforma universitaria voluta dalla ministra Gelmini, il ricercatore deve dividersi tra ricerca e attività didattica (peraltro non pagata, ma qui si aprirebbe un altro discorso), per cui una persona priva degli strumenti essenziali per l’effettuazione della ricerca, cosa può mai insegnare agli studenti? C’è poi un altro fattore da tenere presente: quando i commissari effettuano le selezioni, tendono a sopravvalutare il carico della didattica effettuata, nel momento in cui il candidato “protetto” ha meno pubblicazioni degli altri.
Amigi: Quando il genius loci non è propriamente genius, insomma…
Scirè: Per dirla in altri termini, sì. È il discorso che facevamo prima: al profilo scientifico vengono anteposti i rapporti personali. Ora, negare l’importanza dell’esperienza didattica sarebbe sbagliato, ma ancora di più lo è considerare questa come l’aspetto centrale del giudizio. In questo modo, infatti, essa può rappresentare un elemento ingiustamente preferenziale per la vittoria di un concorso.
Amigi: Una delle cose più assurde in quel bando di concorso, è che comunque si assegnava un punto a chi era iscritto a un corso di dottorato (senza averlo ultimato), senza dare importanza alcuna al titolo. Cosa diventa allora il titolo di dottore di ricerca?
Scirè: In quel modo, il titolo di dottore di ricerca viene svalutato fino all’aperta irrisione. So di commissioni che hanno valutato il titolo di dottorato da sette a dieci punti, conferendogli giustamente quell’importanza che merita. Assegnare invece semplicemente un punto per ogni anno frequentato svilisce sia il lavoro di chi ha frequentato il dottorato, sia quello dei docenti che hanno pensato e strutturato il corso stesso, tanto più che tutta l'organizzazione del dottorato, poggia sulla costruzione della tesi finale, che è quella che conferisce il titolo. Sembra quasi che in quel bando di concorso gli anni del dottorato siano come anni di cassa integrazione, di parcheggio in attesa di una occupazione definitiva, del tutto privati di ogni dimensione formativa umana e professionale.
Amigi: Riepiloghiamo: tu eri il candidato ideale per quel concorso. Secondo i canoni di valutazione attuali avevi pubblicazioni con case editrici di prima fascia come Carocci e Bruno Mondadori (nonché in numero superiore rispetto a quelle della vincitrice). Sei stato assegnista di ricerca per cinque anni, per cui avevi esperienze pregresse oggettive. Eppure ha vinto una candidata “eccentrica”. Come ti spieghi tutto questo?
Scirè: Hanno pesato il fattore relativo alla preferenza per un candidato interno e il fattore relativo alla prassi di premiare i candidati che hanno avuto forme di collaborazione con i docenti che fanno parte del dipartimento che ha bandito il concorso o che sono commissari d’esame.
Amigi: Siamo d’accordo che alla commissione deve essere garantito il principio della discrezionalità. Ma la discrezionalità non può essere assoluta, deve essere basata su elementi oggettivi.
Scirè: Ovvio. Devono esistere degli elementi di valutazione intangibili e assoluti. Vanno indicati dei requisiti minimi, a partire dal dottorato di ricerca, senza cui la partecipazione ai concorsi da ricercatore non dovrebbe essere possibile. Un conto è la passione per una disciplina, un conto è la padronanza metodologica e scientifica della disciplina stessa, la quale è provata solo dalle pubblicazioni e, ancor prima, dai titoli di studio. In questa vicenda alla disciplina storica contemporaneistica viene inferto un vulnus difficilmente sanabile. Di fatto, è come se l’esito del concorso sancisse che chiunque si occupa di tematiche contemporanee è – di diritto – uno storico contemporaneista: non solo lo studioso di storia dell’architettura, ma anche quello della scienza, della moda, del diritto, della psicanalisi e così via. Tutti settori scientifico-disciplinari autorizzati alle incursioni in quella “caricatura” di disciplina che diventa la storia contemporanea.
Amigi: Sul “il manifesto” del 12 giugno, Angelo D’Orsi, riferendosi alla tua vicenda, ha scritto: “contro l’evidenza, il buon senso e persino la normativa vigente, la commissione ha fatto vincere un’architetta […] (ignota alle cronache della storiografia), addirittura priva del titolo di Dottore di ricerca (oggi praticamente obbligatorio), e con una produzione scientifica incongruente col settore disciplinare […] a danno di un candidato incomparabilmente più forte, provvisto di ben 4 monografie. Un episodio che suona come un’offesa alla stessa università che ha bandito il posto”. Parole che non lasciano spazio ad interpretazioni.
Scirè: Direi che D'Orsi ha detto tutto, non c'è bisogno di aggiungere altro, se non che fa molto piacere veder riconosciuto il frutto del proprio lavoro da un grande studioso che peraltro non conosco personalmente ma che mi conosce per i libri che ho scritto. Credo, in definitiva, sia questa la soddisfazione più grande per un giovane studioso, cioè essere stimato per quello che si scrive e non per un rapporto personale o privato.
Amigi: Come pensi si concluderà la vicenda e quali progetti hai per il futuro?
Scirè: Ho intenzione di andare fino in fondo, e, in generale, cerco di essere ottimista. Del resto, la sezione distaccata catanese del Tar della Sicilia ha pronunciato il 4 luglio 2012 un’ordinanza che riconosce di nuovo le mie ragioni. La sentenza definitiva non arriverà presto ( i tempi della giustizia sono lunghi, per motivi che tutti conosciamo), ma sono molto fiducioso. La stampa si è occupata del caso, la gente ha risposto bene, anche perché stufa di assistere a continui casi di concorsi in cui, al di là delle affermazioni retoriche, il merito non viene affatto premiato. Spero che dopo aver reso pubblica questa vicenda, anche nell'università, al suo interno, specialmente tra i più giovani, si muovano un po' le acque. Certo, amareggia dover constatare che, ad oggi, per gente come me (e come tanti altri bravi ricercatori) dentro l'università italiana pare non esserci spazio.
Post scriptum: Alcuni articoli giornalistici sul caso Scirè.








