La nuova riforma del lavoro? "Una boiata pazzesca"

di Francescopaolo Palaia


Una definizione di fantozziana memoria accomuna la riforma del mercato del lavoro targata Elsa Fornero alla celebre opera del maestro Sergej M. Ejzenstein La Corazzata Potemkin, che strappò al ragioniere più noto d’Italia i famosi novantadue minuti di applausi.

Prima di esprimere giudizi di merito che porterebbero alla maturazione di tale definizione è opportuno presentare i vari punti della riforma. Uno dei problemi che il nostro Paese vive come asfissia oramai insopportabile è la disoccupazione, specialmente quella giovanile, che tocca, secondo gli ultimi dati Istat disponibili1, circa al 30%. Per tentare di risolvere questa situazione sarebbe necessario adottare una serie di politiche anticicliche volte allo stimolo della domanda e alla creazione di posti di lavoro e pensare alla riformulazione di nuovi sistemi di welfare2.

Fatta questa premessa, il terreno sul quale si è deciso di intervenire per eseguire i dettami della BCE e per competere coi Paesi cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che possono contare su un costo del lavoro risibile e sulla quasi totale assenza di diritti della manodopera impiegata, è ancora una volta lo scivolosissimo terreno della flessibilità, che come abbiamo visto negli ultimi anni è finito semanticamente e fattivamente a coincidere col termine precarietà. Il cosiddetto “modello Danese” di cui sia il Ministro Fornero che il premier Monti ci hanno accademicamente così ben parlato in questi mesi, prevede la famosa mobilità del lavoratore nel caso in cui quest’ultimo viene a perdere il suo impiego. Il lavoratore non viene reintegrato dal giudice ma viene “ri-formato” e ricollocato in tempi brevi attraverso la famosa formula del flex-security. Per far questo è necessario smantellare quello che il Presidente del Consiglio ha più volte definito come una delle principali motivazioni per le quali le imprese estere rifiutano di investire nel nostro Paese, e che la BCE ha definito a sua volta come un’anomalia tutta italiana, ovvero l’ art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ed è infatti su questo terreno che nei mesi scorsi si è incentrata tutta la discussione relativa alla riforma, foderando attraverso un attacco ideologico le vere mancanze strutturali e di progetto di questo disegno di legge. L’impostazione della trattativa coi sindacati infatti si è da subito presentata come un fatto meramente formale e di prassi con le dichiarazioni al vetriolo di un Ministro che candidamente annunciava l’approvazione della riforma con o senza il consenso delle parti sociali, riportando alla memoria le “trattative” e le modalità con le quali la Thatcher smantellò i sindacati inglesi concepiti solo come delle scomode e inutili organizzazioni3.

Tutto questo ha ovviamente spostato di latitudine i luoghi e i temi del confronto, costringendo la Cgil in particolare, a iniziare una battaglia serrata in difesa dell’art. 18. Operazione, quella del governo, che ha portato alla mediazione del Partito Democratico che ha ottenuto una vittoria di Pirro in merito alla questione dei licenziamenti economici e disciplinari, laddove la proposta Fornero era di eliminare il reintegro del lavoratore e inserire al suo posto un indennizzo economico corrispondente a 12 o 24 mensilità. Il segretario Bersani è riuscito ad ottenere l’inserimento della possibilità per il giudice di optare anche per il reintegro4. Questa operazione ha sottratto efficacia all’impalcatura di una mobilitazione sindacale che si era riscoperta finalmente unita, in particolare della Cgil legata, nella sua maggioranza al Pd5. Il Sindacato di Corso Italia aveva iniziato lo scorso agosto un percorso con una serie di proposte per uscire dalla crisi, fra le quali la revisione della giungla delle 46 forme di contratti atipici che il nostro mercato del lavoro prevede6. L’attenzione su queste problematiche è stata di fatto offuscata dal dibattito in merito alla cancellazione di una norma giusta e di civiltà, quale l’art. 18. Tale contesto fa venire alla mente imprenditori responsabili come Adriano Olivetti, sensibile ai temi relativi ai costi e alle ripercussioni sociali dello sviluppo7.

Ma la classe imprenditoriale con quale ci si trova oggi a fare i conti è forse la peggiore dal dopoguerra. L’impresa dovrebbe infatti, costituzionalmente, svolgere anche un ruolo sociale di promozione del lavoro, ma anche questo, è venuto meno negli ultimi trent’anni contrassegnati dal fenomeno del outsourcing8, ovvero la delocalizzazione di molte fasi del processo di produzione in paesi che possono contare su di un costo del lavoro assolutamente risibile e sull’assenza di organizzazioni sindacali. L’esempio cardine ci è dato dalle politiche attuate alla Fiat da Sergio Marchionne, il cui comportamento verso i sindacati e i lavoratori non compiacenti ricorda la prassi seguita negli anni cinquanta dall’amministratore delegato della Fiat Vittorio Valletta di schedare gli operai iscritti alla Cgil e al Pci.

Per ciò che concerne la selva contrattuale il Ministro si è limitato a parlare di una «razionalizzazione delle formule contrattuali» non specificando le modalità e i tempi di tale operazione. Il cursus honorum che il Ministro prevede per entrare nel mondo del lavoro affonda le sue radici nel cosiddetto “apprendistato” che porta alla regolarizzazione del rapporto di lavoro alla scadenza di tre anni di contratto. Nulla impedisce però il licenziamento preventivo del lavoratore da parte dell’azienda, in quanto previsto dalla riforma. Anche qui il Ministro ha promesso che si vigilerà affinchè tale procedura sia regolare, senza di nuovo, però, pronunciare parola su modi, tempi e metodi. Per ciò che concerne gli ammortizzatori sociali, questi sono quasi stati azzerati con la cancellazione, di fatto, della Cassa integrazione e con l’introduzione dell’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego) che partirà nel 2017 e che non sarà estesa ai precari.

Ancora una volta questo governo ha perso un’occasione per muoversi e dare un segale di equità e volontà di risoluzione reale del delicatissimo problema del lavoro e del suo “mercato”. Sono emblematiche in questo senso le ultime e poco felici dichiarazioni del sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo: solo aumentando i giorni di lavoro, senza ovviamente alterare i livelli salariali, si otterrebbero ripresa degli investimenti, aumento dell’occupazione e della domanda9, Nel nome di un PIL in ipotetica e futura salita i lavoratori dovrebbero ancora una volta sacrificarsi accettando una riduzione delle ferie e dei propri diritti.

Contemporaneamente, e forse per antitesi, torna alla memoria il sogno di Giuseppe Di Vittorio di unire i contadini del Sud e gli operai del Nord nei diritti e nelle tutele affinchè la nuova Italia affondasse le proprie radici nel lavoro10. Una idea, questa, che non dovrebbe essere solo del noto sindacalista della Cgil e che non dovrebbe neanche rimanere solo un sogno. Se qualcuno, anche fra chi proprio non dovrebbe, lo avesse dimenticato, vale la pena ricordare l’incipit della Costituzione: «L’Italia e una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Il lavoro e la certezza del lavoro, non certo la flessibilità, dovrebbero unire e fondare la Nazione e in primis la coscienza dei politici.


1 L’ultimo rilevamento Istat segnala una disoccupazione giovanile pari al 32,5%. Per una visione di insieme sui dati relativi ai tassi di disoccupazione è possibile consultare il sito http://www.istat.it/it/archivio/63926

2 A questo proposito si veda la proposta di “Reddito minimo di cittadinanza” lanciata da Sel e altre associazioni, tra cui Alba. La proposta sul “reddito minimo di cittadinanza” lanciata da Sel è reperibile sul sito http://www.sinistraecologialiberta.it/articoli/il-senso-della-politica-il-reddito-minimo/ e http://www.sinistraecologialiberta.it/vetrina/reddito-minimo-garantito-parte-la-raccolta-di-firme/.

3 Dal 1984, durante il suo secondo mandato, la Thatcher si impegnò nell'affrontare i sindacati; il confronto raggiunse il suo culmine quando il sindacato dei minatori dichiarò lo sciopero ad oltranza per opporsi alla chiusura di parecchie miniere. In alcuni casi gli scioperanti fecero azioni di picchettaggio, che la Thatcher non esitò a reprimere con una severità da più parti ritenuta eccessiva. I metodi della polizia infatti durante lo sciopero furono molto contestati. Dopo un anno, il sindacato fu costretto a cedere senza condizioni.

Per una panoramica completa si veda D. Harvey, Breve storia del Neoliberismo, Il Saggiatore, 2007.

4 Il testo completo della riforma del mercato del lavoro è reperibile sul sito http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-05-30/ecco-nuovo-testo-riforma-164718.shtml?uuid=AbhAZrkF

5 Dopo la mediazione di Bersani, infatti, all’interno del sindacato di corso Italia si è aperto il dibattito in merito alle linee di azione da seguire, in quanto la quota Pd interna alla Cgil ha spinto per l’accettazione del compromesso, mentre la corrente “ la Cgil che vogliamo”, che fa capo a Gianni Rinaldini, si è opposta.

6 Per una visione d’insieme sulle controproposte della Cgil per uscire dalla crisi si veda il sito http://www.cgil.it/Archivio/PRIMOPIANO/Contromanovra_CGIL.pdf

7 Per una visione d’insieme sulla figura di Adriano Olivetti si veda L. Gallino, L’impresa responsabile, Torino, Edizioni di Comunità, 2001.

8 Per una panoramica sulla storia d’impresa si veda F. Amatori, A. Colli, Storia d’impresa, Mondadori, Torino, 2011.

9 La dichiarazione completa del sottosegretario all’economia Polillo è reperibile sul sito http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/18/ricetta-anticrisi-del-sottosegretario-polillo-settimana-di-ferie-in-meno/267533/

10 Il discorso alla Camera dell’onorevole Giuseppe Di Vittorio del 1921 è reperibile sul sito http://www.cgil.it/



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