L'Ilva e la sinistra

di Piero Bevilacqua

Credo anch'io, con Alberto Asor Rosa, che il dilemma lavoro/ambiente fatto emergere drammaticamente dalla vicenda dell'Ilva di Taranto, costituisca «la problematica fondamentale con la quale avremo a che fare nel corso dei prossimi decenni»1. Aggiungerei che essa riporta in primo piano e in forma paradigmatica, il nodo teorico e culturale che la sinistra non è stata in grado di affrontare nella seconda metà del '900. E non soltanto in Italia. Certo, non sfugge a nessuno il dramma sociale che vivono in questo momento le migliaia di famiglie minacciate dalla perdita del lavoro e del reddito. E dunque sappiamo bene quale difficile compito sindacati e forze istituzionali hanno di fronte dopo la lodevole, coraggiosa, obbligata iniziativa della magistratura. Ma tale stato di necessità, questa gigantesca questione sociale in uno momento per giunta acutissimo della Grande Crisi, non può impedirci di pensare ai significati più generali della vicenda e ai rischi che essa presenta. Asor Rosa paventa, osservando la riduzione della classe operaia italiana a «classe particolare», che essa finisca col porsi contro le ragioni dell'ambiente e quindi contro l'interesse generale. La sua legittima difesa del lavoro, infatti, la spinge a collocarsi a difesa della continuità produttiva e dunque dell'interesse padronale. Contro gli interessi degli altri cittadini che operai non sono, contro la salute del territorio tarantino, che riguarderà anche la vita delle prossime generazioni. Ma questo rappresenta esattamente il capovolgimento delle finalità strategiche e della storia della classe operaia. Quanto meno della classe operaia politicamente orientata dalla sinistra. E paradossalmente in una fase nella quale la difesa dell'ambiente rappresenta il nuovo orizzonte di rappresentanza generale, la nuova universalità di una politica progressista.

Io credo che tale condizione di subalternità della classe operaia e della sinistra non rispecchi soltanto la condizione politica di debolezza propria di questa fase storica, ma anche, e forse soprattutto, l'esaurimento di una tradizione teorica. Ci sono stati momenti in cui il movimento operaio è stato in grado, in Italia, di organizzare conflitti in difesa della salute in fabbrica, determinando talora mutamenti positivi nell'organizzazione del lavoro. Negli anni '70 il movimento Medicina democratica, grazie a Giulio A. Maccacaro, segnò in questo senso una grande novità nel nostro Paese. Ma l'analisi si limitava all'ambiente di lavoro e ai problemi della salute, non andava oltre. L'ambiente naturale restava oltre i recinti dell'intera cultura nazionale. Credo, a tal proposito, che nessuno abbia mai sollevato, visto che parliamo di Taranto – neppure chi scrive – il sacrificio storico che il Mezzogiorno ha subito delle sue bellezze naturali, dei suoi paesaggi e delle sue risorse per rispondere alla fame di occupazione delle sue popolazioni. Una storia che è iniziata con Bagnoli, agli inizi del secolo scorso, e che è proseguita appunto con Taranto, con Brindisi, Manfredonia, Priolo, Siracusa, Gela, Porto Torres. Luoghi, talora di straordinaria bellezza, di notevole potenzialità turistica, costretti a ospitare industrie chimiche e siderurgiche altamente inquinanti, divoratrici di acqua e di suolo. Ricordo qui che è stata sufficiente la promessa di un centro siderurgico, a Gioia Tauro, per far sparire una delle agricolture più ridenti e prospere che sorgevano allora in fondo alla Penisola. Potrei azzardare che il bisogno di lavoro nel Sud ha favorito, nel secondo Novecento, una nuova geografia neocoloniale dell'industrializzazione italiana. Una specifica “questione ambientale” si è incistata anche nel cuore della questione meridionale.


Ma il ritardo culturale della sinistra sui temi dell'ambiente ha una portata teorica ben più vasta su cui cui occorre insistere. Sopratutto in momenti come questi, nei quali lo stato di necessità, spinge a ripercorrere il vecchio sentiero. Lo stesso modo con cui si pone il problema dell'Ilva di Taranto è rivelatore di questo limite radicale e originario. L'ambiente naturale viene infatti percepito solo in quanto danno alla salute delle popolazioni locali. E questo perché alla natura non viene assegnata nessuna realtà autonoma, nessun valore generale. Essa esiste se gli uomini che ci vivono subiscono danno, se produce perdite economiche, se si presenta come “esternalità negativa”. Un antropocentrismo ingenuo, infatti, è sempre alla base del pensiero economico contemporaneo. Non mi riferisco tanto al pensiero economico neoclassico, che la natura non sa che cosa sia, quanto soprattutto al pensiero economico marxista. La teoria del valore lavoro su cui si fonda l'interpretazione marxista del capitale (che non esaurisce, ovviamente, il pensiero di Marx) ha tolto ogni ruolo alla natura nel processo di produzione della ricchezza. Non diversamente che nella teoria capitalistica la natura viene ridotta a merce, degradata a “materia prima”. È sufficiente darle un prezzo e il cerchio della razionalità economica appare perfettamente chiuso. Ma la natura non è una cosa, una quantità di materiale disponibile all'uso. Il rame del Cile, utilizzato nell'industria automobilistica ed elettronica, non è solo dato dalle tonnellate di materiale pronto alla valorizzazione e pagato dai capitalisti americani o giapponesi. Esso non è solo frutto del lavoro operaio, come continua giustamente, ma oggi limitatamente, a ricordarci la tradizione marxista. Dietro di esso c'è la distruzione di ecosistemi naturali che appartengono al popolo cileno e a tutti noi. Gli scavi minerari per produrre la materia prima necessaria all'industria, ancor prima che questa incominci a generare i suoi specifici danni, comportano la sbancamento di vasti territori, l'uso e l'inquinamento di fiumi e falde acquifere, l'ammassamento di montagne di scarti, la dispersione di veleni nell'aria, il consumo gigantesco di energia che contribuisce alla produzione di C02 e quindi al riscaldamento climatico globale. La preistoria della materia prima è da subito una vicenda di distruzione generale. L'economia capitalistica, dunque, non è una partita che si gioca solo tra operai e capitale. Essa coinvolge un Tertium, la natura, senza diritti e senza rappresentanze, ma che oggi acquista una universalità inoccultabile. Ovviamente son sempre gli uomini, è l'umano interesse alla salute e alla sopravvivenza a rappresentare i diritti di questo Tertium. Ma ora in una forma radicale e universale. E questo rinnovato antropocentrismo mette in luce, per la prima volta, un limite fondativo di egemonia del capitale: la produzione illimitata di ricchezza, con cui esso ha creato le basi del suo consenso, coincide sempre più perfettamente con la distruzione di ecosistemi limitati, con le fonti stesse della nostra prosperità e del nostro benessere. L'interesse privato del capitale non solo sottrae plusvalore al lavoro operaio, ma viene distruggendo i beni comuni della terra. Negli ultimi decenni la sinistra aveva davanti a sé una formidabile risposta teorica e culturale da dare alla retorica dell'individualismo neoliberistico. Non l'ha trovata, soprattutto perché inchiodata alla propria tradizione industrialista e sviluppista, chiusa nei limiti delle proprie basi teoriche originarie. Ma non è riuscita a trovarla anche perché schiacciata dagli “stati di necessità” che ha dovuto di volta in volta affrontare. Le considerazioni realistiche di Rossana Rossanda, prima ricordate, ne costituiscono ancora oggi una testimonianza esemplare. Senza dire che, oltre una certa misura, il realismo rischia di coincidere con la difesa dello status quo. Io credo che la questione dell'Ilva possa costituire occasione per riprendere uno sguardo progettuale. Anche in questo momento difficile. Abbiamo ancora di fronte una prospettiva che rimane aperta e che fornisce a noi una nuova, straordinaria possibilità di allargare le alleanze della classe operaia a forze sociali varie e diverse. E al tempo stesso al mondo della ricerca e della scienza. Sempre che a questo mondo siamo in grado di chiedere non certo altra crescita, ma nuove forme di economia, nuovi paradigmi tecnici in cui collocare l'umana operosità.

 

 

 

1Il Manifesto, 5/8/2012, in controreplica a Rossana Rossanda, che aveva scritto sul Manifesto del 31/7.

 

itti, lavoro e rilancio dell’economia: la strana ricetta dei “giuslavoristi del licenziamento facile”

di Dario Bevilacqua



I manuali di diritto del lavoro adottati nelle facoltà di Giurisprudenza partono tutti da un concetto ormai consolidato: il contratto tra datore e prestatore di lavoro non è uguale ai normali rapporti tra contraenti. Si tratta di una forma contrattuale speciale, derogatoria, perché le due parti in causa sono, per definizione, in posizione di disparità sostanziale.

La debolezza del lavoratore1 è rinvenibile in due cause fondamentali: il suo reddito/stipendio/salario è fonte esclusiva, o prevalente, di sostentamento per lui e la sua famiglia e il mercato del lavoro lo pone in condizione di debolezza, per un eccesso di domanda e una scarsità di offerta, condizionando quindi il contenuto del contratto in senso a lui sfavorevole, con effetti sullo svolgimento del rapporto, caratterizzato da una soggezione al datore di lavoro e al suo potere direttivo e disciplinare.

Da qui il caratterizzarsi del diritto del lavoro come diritto “diseguale”, cioè tendente a riportare un minimo di equilibrio tra parti dotate di diverso potere nella conclusione del contratto e nella conduzione del rapporto; prefissando questo contenuto ex lege e sottraendolo alla libera disponibilità̀ dei contraenti2.

È bene chiarire fin dal principio che le norme che regolano il rapporto di lavoro hanno una funzione specifica, accettata pacificamente dalla scienza giuridica – anche conservatrice – e riconosciuta altresì dalla giurisprudenza: assicurare una parità sostanziale, almeno nei rapporti giuridici, tra soggetti che si trovano invece in una condizione di disparità3.

I temi e le proposte discussi in questi ultimi giorni, segnatamente riguardo a licenziamenti, art. 18 dello Statuto dei lavoratori e ripensamento delle norme che regolano i rapporti tra datore e prestatore di lavoro, vanno trattati avendo bene in mente qual è la filosofia della dottrina giuslavoristica. Occorre, in tal senso, mettere in chiaro un primo aspetto: il diritto del lavoro non ha, come finalità primaria, la crescita, il rilancio dell’economia, la dinamicità delle imprese di un Paese. Il diritto del lavoro serve – anche per favorire indirettamente il raggiungimento di questi ultimi obiettivi – a tutelare il prestatore d’opera, riequilibrando il rapporto di forza tra questi e il datore di lavoro. Questa finalità, che però deve rimanere intoccabile, è funzionale al benessere dell’economia, alla tutela dell’ordine pubblico, alla pace sociale: un lavoratore ben retribuito o sicuro del suo posto lavorerà meglio e sarà disposto a fare sacrifici per l’impresa in cui lavora; un lavoratore con salario dignitoso, cui sono garantite ferie, malattia e pause pranzo sarà ben disposto a consumare, investire, creare una famiglia, iscrivere i propri figli all’università; un lavoratore garantito e retribuito in modo equo avrà meno ragioni per ribellarsi, per protestare, per cercare soluzioni nell’illegalità. E così via.

La tutela del contraente debole ha, quindi, anche riflessi sociali generali, favorendo lo sviluppo di una società sana, fondata sul lavoro (come prevede la Costituzione) ed economicamente autosufficiente. Ma la tutela del contraente debole, non si dimentichi, costituisce anche un baluardo giuridico contro lo sfruttamento, la diseguaglianza, le vessazioni, il ricatto. La tutela del lavoratore serve a garantire una serie di condizioni che in nessun modo possono essere considerate come privilegi o eccessi di tutele, ma che costituiscono la base del nostro ordinamento giuridico (si vedano, tra gli altri, gli artt. 1, 2, 3 e 4 della Costituzione) e i fondamenti di una società civile ed evoluta: si tratta della dignità, dell’eguaglianza sostanziale, della libertà di scelta e di autodeterminazione.

Riassumiamo, dunque: il diritto del lavoro tutela il contraente debole nei confronti del contraente forte, ha una funzione sociale perché contribuisce al benessere diffuso e alla crescita dei consumi, si attesta a baluardo di diritti fondamentali dell’ordinamento giuridico.

Ma non basta. Si dice: la situazione economica attuale (ma il mantra della flessibilità ha ormai circa quindici anni giacché risale al “Pacchetto Treu”), che vede un comparto produttivo in crisi, un’economia stagnante e una crescita a zero, ha bisogno di sacrifici da parte dei lavoratori. Vi è bisogno che il mercato del lavoro si flessibilizzi, che vi siano meno vincoli per le imprese e meno tutele per i lavoratori. Ciò favorirà le stesse imprese, e incrementerà l’occupazione grazie a una maggiore facilità e flessibilità nell’assumere e nel licenziare o mettere a part time. Di qui, ormai da molti anni, vengono introdotte nuove figure contrattuali, che si discostano dalla ratio e dalle finalità del diritto del lavoro. Esse consentono assunzioni e licenziamenti facili, diminuiscono i diritti e le garanzie a tutela dei lavoratori e li privano di potere contrattuale, sia durante il rapporto, sia al termine di quest’ultimo.

L’idea, sostenuta e propagandata dal pensiero dominante degli ultimi anni, è che in questo modo l’economia possa ripartire, che gli imprenditori investano e finiscano per assumere anche di più, trasformando quella flessibilità in un rapporto continuo, magari non scritto nella roccia, ma tenuto al sicuro dalla continua crescita economica e dal benessere delle stesse imprese.

Questa idea, anche quando mossa da assoluta buona fede e supportata da studi economici autorevoli, si è rivelata un’utopia. Un’utopia analoga a quelle che sostengono che il mercato possa regolarsi da solo, che la tecnica offra tutte le soluzioni al vivere comune, che i più ricchi possano trainare il resto della società senza lasciare indietro i più poveri.

Accade quindi il contrario di quanto prospettato: i lavoratori dipendenti sono precari, perdono diritti, garanzie e tutele, ma anche il posto di lavoro, l’economia ristagna e le imprese che fanno profitti non investono, non ampliano le aziende, mentre accumulano patrimoni puntando ai guadagni facili dell’alta finanza. Quelle che vanno all’estero, assumendo nuova manodopera, non lo fanno nel rispetto del diritto del lavoro. Al contrario sfruttano i lavoratori di Paesi che non possiedono tutele adeguate. Sono i lavoratori, quindi i deboli, a pagare. Ma l’economia va male lo stesso.

Ne consegue che i riformatori neoliberisti affermino: non siamo ancora sufficientemente flessibili. E poi: per alcune categorie lo siamo troppo, altre sono invece troppo tutelate. Il secondo “troppo” è però un concetto fortemente relativo, comparativo, che dimentica le logiche stringenti e oggettive del diritto del lavoro. I lavoratori con contratto a tempo indeterminato sono troppo tutelati nei confronti di altri lavoratori con contratti a progetto o a collaborazione, atipici. Sono troppo tutelati nei confronti di lavoratori di alcuni paesi in via di sviluppo, che guadagnano meno di un dollaro l’ora, hanno turni che vanno oltre le 12 ore giornaliere e non hanno diritto alle ferie o ai permessi per malattia. Tali tutele o garanzie, che taluno indica come insopportabili privilegi, nel 2012, non sono altro che normali diritti acquisiti in una società che ha conosciuto la schiavitù, lo sfruttamento, la mortalità diffusa per insalubrità delle condizioni lavorative. Quella stessa società che, nel corso dei decenni, passo dopo passo, ha conquistato il diritto a lavorare in condizioni decenti e ad avere delle sicurezze che le consentissero di progettare una vita famigliare e che prevenissero, non lo si dimentichi, rivolte, violenze e insurrezioni.

Ma torniamo alle proposte. Poiché alcune categorie sono troppo tutelate, si sostiene da più parti, cerchiamo un compromesso. Diamo vita a un contratto unico, che non garantisca troppo, ma che fissi almeno dei paletti oltre i quali la tutela non può scendere. Che permetta di licenziare – senza giusta causa –, ma che non sia troppo flessibile4.

A fronte di tale proposta occorre fare tre domande. La prima: perché dovremmo ricorrere a tale strumento? A cosa servirebbe? La seconda: è veramente l’unica via? È veramente tramite i licenziamenti che possiamo risolvere i problemi economici che ci attanagliano? Infine: che impatto avrà sui lavoratori dipendenti?

Per rispondere ai primi due blocchi di domande mi basta chiamare in causa due articoli usciti sul “La Repubblica” del 5 gennaio 2012. Nell’editoriale di Luciano Gallino, Licenziamenti, un falso problema, leggiamo:

se mai c’è stato in passato un frammento di evidenza empirica comprovante che una maggior flessibilità in uscita accresce il numero degli occupati, a causa della crisi economica in atto tale affermazione è ancora più illusoria. Le imprese non assumono perché non ricevono ordinativi. In molti casi è chiaro che è colpa loro. La grande cantieristica, per citare un caso paradigmatico, conta ancora nel mondo numerose società che producono ogni anno decine di navi d’ogni genere, dalle petroliere ecologiche ai trasporti adatti alle autostrade del mare. Non avendo saputo riconvertirsi, i cantieri di Fincantieri si ritrovano ora con zero commesse. Davvero si può pensare che se gli facilitassero i licenziamenti individuali essi assumerebbero folle di lavoratori?

Le parole di Gallino sono quindi confermate da un’inchiesta, apparsa sullo stesso quotidiano, a cura di Paolo Griseri5:

licenziare è difficile? Niente affatto. Gli indici dell'Ocse (strictness of employment protection) spiegano che liberarsi di un dipendente è molto più facile per un imprenditore italiano di quanto non lo sia per un ungherese, un ceco o un polacco. Con un indice di flessibilità di 1,77 (per i lavoratori a tempo indeterminato) l'Italia è al di sotto della media mondiale (2,11). In cima alla classifica, nei paesi in cui licenziare è più difficile ci sono la Germania (indice 3.0) e i paesi del Nord Europa. Dunque, secondo questi dati aggiornati al 2008, non ci sarebbe alcuna ragione per modificare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in nome di una presunta rigidità delle leggi italiane.

Chi si è interessato a tali questioni avrà notato, nelle ultime settimane, un continuo riferimento – da parte di chi sostiene i licenziamenti facili – agli altri Paesi, con l’obiettivo di far passare la narrazione – falsa – che l’ordinamento italiano dia troppe garanzie ai lavoratori dipendenti, mentre all’estero c’è maggiore flessibilità. Altri argomenti che condiscono le posizioni di questa parte del dibattito sono l’accusa di demagogia a chi difende i lavoratori e le critiche ai sindacati, in quanto soggetti poco affidabili, corporativi e arroccati su posizioni ideologiche. Ma i dati riportati da Griseri sono chiari e affidabili: non c’è nessuna demagogia o partigianeria a sostegno di sindacati che proteggono i garantiti per ragioni di comodo, ma solo fatti. Semplici fatti. Che sanciscono la scarsa utilità della flessibilità.

A ciò si aggiungano altre due riflessioni: in primo luogo, oggi, in Italia, l'art. 18 si applica al 5% delle imprese nazionali (le imprese con più di 15 lavoratori, cui si applica l’art. 18 sono pochissime); in secondo luogo, la stessa norma non impedisce di licenziare in caso di perdite o recessione dell'azienda, quindi non è un limite alla crescita e al benessere dell'impresa.

Per rispondere dunque alle prime domande, possiamo dire che se l’obiettivo di rendere più agevoli i licenziamenti (che costituisce una forma di flessibilizzazione del rapporto di lavoro) è quello di favorire la crescita, dare impulso alle imprese, far ripartire il motore dell’economia, allora la ricetta è sbagliata, inefficace, inutile. Badate bene, non si fa ideologismo spicciolo o facile buonismo. Qui si parla di ricette. E si dice una cosa semplice: quella ricetta non va bene. Non serve.

Veniamo quindi al terzo quesito, relativo agli effetti sui lavoratori e su coloro che cercano un’occupazione.

Sul primo punto mi permetto di proporre un’altra citazione. È un articolo di Giulietto Chiesa, apparso su “Il Fatto quotidiano” on line. L’autore racconta una storia, che si vuole riportare quasi interamente.

La signora Carla [i nomi sono fittizi] vive in un paesino vicino a Roma. Lavorava, fino a un mese fa, in un ente di assistenza statale. Prendeva 900 euro al mese. Adesso l’hanno messa forzatamente a part time – uno dei sacrifici imposti dal governo – e ne guadagna 580. Ha un figlio handicappato, Luigi, quasi trentenne, che “godeva” (immaginarsi) di un contributo per garantirgli una qualche mobilità. Ma anche questo contributo gli è stato tolto.

[…] Luigi fruiva dei massaggi riabilitativi ai piedi in una struttura parastatale. Ci andava una volta a settimana. Adesso non può più farlo perché non ci sono più soldi neanche per quello. Ne ha informato la massaggiatrice. E questa gli ha scritto una letterina molto semplice. “Caro Luigi, ho saputo da tua madre che non puoi più venire da me per i massaggi. Ma voglio dirti che io non intendo più essere pagata per questi massaggi e continuerò a farteli anche senza soldi. Ho visto che ti erano utili e pensavo che presto avresti potuto muoverti da solo. Sarebbe un peccato interrompere ora […]”6.

Tralasciamo di soffermarci sul bel gesto di solidarietà della massaggiatrice. Evitiamo altresì di riflettere sul taglio del contributo alle persone portatrici di handicap, che pure riguarda il welfare state, quello stesso stato sociale tagliato in nome del libero mercato, del pareggio di bilancio, del dinamismo competitivo che deve permeare ogni angolo della società. Riflettiamo però su cosa significhi essere licenziati, perdere il proprio reddito di sostentamento, rinunciare, di colpo, a progetti, sicurezze, sogni, abitudini. Credo che non occorra aggiungere altro, se non la contraddittorietà di un sistema sociale che fa pesare i sacrifici sui soggetti più deboli e chiama privilegi i diritti che li tutelano.

E veniamo, infine, a uno degli argomenti retorici più battuti dai “giuslavoristi del licenziamento facile”: lo scontro tra generazioni e l’idea che con contratti più flessibili si comincerà ad assumere di più – e meglio – quei giovani che ora sono disoccupati o precari. A ben vedere, in realtà, di tutto si tratta, tranne che di uno scontro intergenerazionale: non è la generazione dei nostri padri (chi scrive è del 1977) che, conquistando le tutele sul lavoro e del lavoro stabile (anche per noi, in teoria), ci ha costretto alla disoccupazione o alla contrattualizzazione precaria.

Sono due i responsabili di questa deriva: la classe dirigente e quella imprenditoriale degli ultimi anni; potremmo anche dire la Politica e il Capitalismo.

La prima perché ha abdicato al suo ruolo e, ritirandosi per far spazio al mercato e alle logiche economiche, ha eliminato regole, reinterpretato principi, abolito garanzie, introdotto zone franche e rinunciato a fornire indirizzi e a porre in essere controlli.

Il secondo perché ha promesso lo sviluppo e la crescita, la prosperità e il benessere, ma è entrato in una spirale discendente di recessione, crescita zero, ridimensionamento delle pretese.

Quanto alle maggiori assunzioni, è un dato tutto da verificare. In primo luogo si rinvia a quanto detto da Gallino, come riportato alcuni paragrafi fa: le imprese sono in crisi e la flessibilità serve semmai per licenziare, non per assumere di più. In seconda istanza, si deve insistere sulla logica con cui si approccia a tali tematiche: se il problema è la rigidità delle norme che imbrigliano i poteri gestori dell’imprenditore, impedendogli di decidere liberamente il destino della sua impresa, la richiesta di flessibilità e anomia sarà continua finché perdura la crisi economica. Poco importa cambiare le formule o fissare paletti diversi: la stagnazione, il calo delle commesse non sembrano mutare. E non lo faranno sino a che gli attuali governi non decidano, invece di concentrarsi sul lavoro, di varare politiche economiche di rilancio (abolendo i contratti atipici, rendendoli più costosi, assicurando maggiore legalità e incrementando i poteri degli ispettori sul lavoro, ratificando accordi per armonizzare a livello mondiale le tutele e le garanzie, e non la precarizzazione). L’imprenditore dovrà quindi licenziare, ridurre gli stipendi, assumere in nero, aumentare gli orari di lavoro. E cosa avremo dunque? Un esercito di (pochi) lavoratori (sfruttati) che non avrà il denaro per consumare i beni da essi stessi prodotti. E un altro esercito di disoccupati, pronto a scatenare una guerra tra poveri, che avrà ancora meno risorse.

Quel che si è descritto è avvenuto e sta ancora avvenendo, lo si ricorda, a partire dagli anni Ottanta e passando per il crollo del comunismo. Il sistema a economia di mercato a base capitalistica ha dominato, incontrastato, per ben trent’anni e in tutto il mondo (con piccolissime eccezioni, peraltro interessanti ed emblematiche7), e cosa ha prodotto? Se in un primo tempo – si pensi ai «ruggenti anni Novanta»8 – il sistema economico è stato in grado di produrre benessere, seppur non senza externalities (inquinamento, crescita degli affamati e dei malnutriti, diseguaglianze socioeconomiche), negli anni della crisi si registrano altresì maggiore disoccupazione (e aumento della occupazione precaria), cali dei consumi, economie in recessione, povertà diffusa e diritti negati (svuotamento della democrazia). Ciò è accaduto sia in occidente sia nei Paesi emergenti, dove ad arricchirsi è ancora una parte esigua della popolazione, a discapito di un Sud del mondo che ritroviamo in ogni nazione. Sono quindi i deboli, la classe operaia, a sostenere i costi di quella riduzione dei confini nazionali nei rapporti socio-economici che chiamiamo “globalizzazione”.

E a che prezzo è accaduto tutto ciò? Sono tanti i costi che stiamo pagando. Uno di questi è l’impoverimento del diritto del lavoro: quell’insieme di norme a tutela di diritti fondamentali in capo alla parte contrattuale più debole, rimossi i quali, si dovrebbe ripartire di slancio. Verso il passato.

Versione ampliata dell’articolo dal titolo “Ritorno al passato” apparso su Il Manifesto del 12 gennaio 2012. L’autore desidera ringraziare Emanuele Bernardi, Roberta Biasillo, Danilo Corradi e Saverio Luzzi per i commenti ad una prima stesura del testo.

1 Ha ribadito l’importanza di un diritto del lavoro che tuteli il più debole anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «oggi più che mai occorre un diritto del lavoro inclusivo ed equo, attento alla tutela dei diritti della parte più debole contrattualmente e alla riaffermazione rigorosa dei relativi doveri per salvaguardare insieme crescita economica e coesione sociale»,

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-20/napolitano-serve-diritto-lavoro-125104.shtml?uuid=Aab8IsYD.

2 Carinci, De Luca Tamajo, Tosi, Treu, Il diritto del lavoro, Torino, 2008, 3; Ghera, Diritto del lavoro, Bari, 2010, 14 e ss.

3 Su questi temi sembra calzante una frase di F. Gullo, Sui contratti agrari di mezzadria, colonia parziaria e compartecipazione (20 maggio 1949), in Discorsi Parlamentari, vol. I, Grafica Editrice Italiana, Roma, 1979, pp. 254-258, che, con riferimento ai rapporti tra contadino e proprietario terriero, mette in luce l’insufficienza dello strumento contrattuale quando va a legare soggetti sostanzialmente diseguali: «che cosa sia questa libertà contrattuale che presiederebbe ai rapporti tra un ricco proprietario terriero e un contadino senza terra non sappiamo. Dov’è mai questa libertà, se per libertà contrattuale si intende, come si deve intendere, libertà nella determinazione della volontà? Vorrei sapere se si pensa sul serio che vi è una tale libertà pel contadino senza terra, quando in regime di monopolio, deve stipulare un contratto avendo di contro un grande proprietario terriero. La libertà contrattuale è un’ironia senza la parità di condizioni tra le parti […]».

4 La proposta può essere attribuita, tra gli altri, al giuslavorista Pietro Ichino. Questi sostiene quanto segue.
«La mia proposta non è di togliere l’articolo 18 a chi oggi ce l’ha, bensì di tirare una linea e stabilire che d’ora in poi tutti i nuovi rapporti di lavoro siano regolati secondo una nuova disciplina: una disciplina che possa davvero essere applicata a tutti.

Qual è la disciplina che può davvero assumere questo carattere di universalità? Pensiamo a un rapporto di lavoro in cui sia garantita una tutela piena e forte, comprendente la reintegrazione nel posto di lavoro, contro i licenziamenti discriminatori e contro i licenziamenti disciplinari ingiustificati (cioè quelli nei quali il datore di lavoro non sia in grado di dimostrare la mancanza grave commessa dal lavoratore); dove invece si tratti di licenziamento determinato esclusivamente da motivi economici od organizzativi (dunque, tutti i casi non di carattere disciplinari, nei quali il giudice non ravvisi la discriminazione), l’idea è quella di sostituire il controllo giudiziale del motivo con una costosa responsabilizzazione dell’azienda per la sicurezza economica e professionale del lavoratore nel passaggio dalla vecchia alla nuova occupazione. In concreto: per tutti un’indennità di licenziamento, pari a una mensilità per anno di anzianità, e, per i lavoratori con almeno due anni di anzianità di servizio, un trattamento complementare di disoccupazione che porti il trattamento complessivo al 90 per cento dell’ultima retribuzione per il primo anno; se entro questo primo anno la nuova occupazione non si trova, e il lavoratore ha tre anni di anzianità di servizio, indennità pari all’80 per cento per il secondo anno di disoccupazione; poi 70 per cento per l’eventuale terzo anno di disoccupazione, per i lavoratori con anzianità di servizio maggiore. Il costo di questa sicurezza diventa automaticamente un disincentivo alle decisioni di licenziamento; ma anche un forte incentivo per l’impresa ad attivare tutti i servizi di outplacement e di riqualificazione mirata, che possono servire per accorciare il periodo di disoccupazione. Questa disciplina dovrebbe essere applicata a tutti i lavoratori in una posizione di dipendenza economica, che propongo di individuare in questo modo: si considera lavoratore dipendente chiunque tragga da un rapporto di collaborazione continuativa con un’azienda più dei due terzi del proprio reddito, e ne tragga un reddito complessivo non superiore ai 40 mila euro (se uno guadagna in un anno più di 40 mila euro evidentemente gode di una posizione di potere, di forza professionale e contrattuale, tale da rendere non necessaria la protezione piena del diritto del lavoro). Questi requisiti non pongono sottili questioni giuridiche per il loro accertamento: sono rilevabili direttamente dai tabulati dell’Inps o dell’erario.

In sintesi, per tradurre in uno slogan questa proposta di riforma, la si potrebbe sintetizzare così: d’ora in poi tutti i nuovi assunti a tempo indeterminato (perché in questo quadro non si ammetterebbero più le varie forme di lavoro precario che caratterizzano il mercato del lavoro attuale, eccezion fatta per le specifiche esigenze del lavoro stagionale, o di sostituzione per malattia eccetera), tutti con le protezioni essenziali, ma nessuno inamovibile. E un forte sostegno a chi perde il posto. In questo modo la flessibilità di cui il sistema ha bisogno è ripartita su tutti e non grava soltanto sui “paria”, sulla metà degli “esclusi”», http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-caso-fassina-e-lo-scontro-sul-lavoro/.

5 http://www.repubblica.it/economia/2012/01/05/news/licenziamenti_possibili-27610617/?ref=HRER1-1.

 

6 http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/02/cronaca-bianca-cronaca-nera/181086/

;feature=share) e lo stato indiano del Kerala, dove il Partito comunista indiano, abolendo il latifondo e redistribuendo la terra ai cittadini, ha abolito la povertà e migliorato le condizioni ambientali della regione (lo riportano D. Suzuki e H. Dressel, Good news for a change: how everyday people are helping the planet, Greystone, Toronto, 2002, p. 328 ss).

8 Sul tema J.E. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell'economia, Torino, Einaudi, 2004, passim.

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