La lunga bancarotta di una Nazione
Cronaca di una svendita annunciata
di Roberta Biasillo
Negli ultimi tempi il procedimento di attuazione delle manovre finanziarie presenta un paio di novità rispetto agli anni precedenti: a partire dal 2009 le leggi finanziarie, di solito presentate nell'ultimo trimestre dell'anno, vengono anticipate a prima dell'estate e il loro arco cronologico di efficacia smette di essere un solo anno per riferirsi ad un periodo di tre anni. Questa è stata la linea di intervento per il triennio 2009-2011 confermata per i trienni 2010-2012 e 2011-20131. Motivi di simili pianificazioni sono la persistenza e l'intensificazione della crisi finanziaria, l'esigenza di rispettare gli impegni presi in sede europea.
Scendiamo un po' nel dettaglio. Il primo piano triennale (2009-2011), predisposto nel giugno 2008, parla di disposizioni «necessarie e urgenti» per arrivare all'azzeramento quasi totale (97,2%) del debito pubblico e per produrre una crescita tendenziale del PIL. Tra gli interventi annunciati per stabilizzare la finanza pubblica compare anche quello «di valorizzazione ovvero di dismissione» del patrimonio immobiliare pubblico2. Nonostante ciò le previsioni economiche rimangono pesantemente negative3 e vengono varati ben tre decreti anti-crisi in meno di un anno: a novembre 20084, a febbraio5 e a luglio 20096. Il secondo piano triennale (2010-2012) del maggio 2010 tenta di rispondere alla «straordinaria necessità» del contenimento della spesa pubblica riducendo del 10% i costi degli apparati politici e amministrativi7. Per l'ultimo triennio (2011-2013) viene emanato un primo decreto-legge il 13 maggio 2011 in cui si delinea un percorso per il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 20148, un secondo decreto-legge il 6 luglio 20119 e un ultimo il 13 agosto 201110. In quest'ultima “manovra di ferragosto” ritornano gli interventi in materia di liberalizzazioni e privatizzazioni nonché l'obiettivo di anticipare il pareggio del bilancio al 2013.
Da anni ormai una «poderosa operazione di dismissione del patrimonio dello Stato e degli Enti territoriali» viene presentata come immancabile tra i possibili «interventi volti ad abbattere lo stock di debito». Questo programma di cessioni viene valutato da Alberto Mingardi e Salvatore Rebecchini – rispettivamente il Direttore Generale dell'Istituto Bruno Leoni e il Coordinatore del Centro Studi della Fondazione Magna Carta – nell'ordine di 400 miliardi di euro, oltre il 20% del PIL11. Valori “leggermente” diversi – circa 300 miliardi – si leggono in un documento conclusivo della Commissione Finanze della Camera riportati da Il Sole24Ore: le unità immobiliari di proprietà dello Stato sono oltre 543.000, più di 222 milioni di metri quadrati, per un valore che «oscilla tra 239 e 319 miliardi di euro»; a questi vanno aggiunti 776.000 terreni, per «oltre 13 miliardi di metri quadrati», che valgono tra gli 11 e i 49 miliardi12. Secondo uno dei principali economisti della Cassa depositi e prestiti, Edoardo Reviglio, il patrimonio fruttifero che può essere immediatamente ceduto o messo a reddito ammonta addirittura a 700 miliardi13.
Leggendo attentamente tra i documenti ufficiali prodotti dal Dipartimento del Tesoro del Ministero dell'Economia e delle Finanze si scopre però l'esatto contrario di quello che si afferma nei provvedimenti legislativi: solo nel breve periodo la riduzione del rapporto tra debito e PIL si ottiene attraverso le dismissioni, mentre per massimizzare la riduzione del debito nel lungo periodo si dovrebbe aumentare la redditività del patrimonio senza alienarlo14.
Alla stessa conclusione si può arrivare analizzando gli esiti delle operazioni di alienazione già concluse. Nel 2004 per le solite necessità di bilancio il Tesoro crea il FIP (Fondi Immobili Pubblici) e ne affida la gestione alla Società Investire Immobiliare SGR. In cambio di circa 400 immobili, principalmente uffici pubblici, lo Stato incamera da questo Fondo soltanto 3,6 miliardi e le Amministrazioni Pubbliche rimaste negli stessi palazzi continuano a pagare affitti e manutenzioni milionari. Un primo bilancio negativo di questa operazione arriva nel 2006 dalla Corte dei Conti15:
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l'Agenzia del Territorio, che inizialmente aveva valutato il valore di questi 396 immobili 4,1 miliardi, accetta alla fine di cederli per 3,6 miliardi e ciò comporta un aumento per il gestore dello 0,5% del rendimento dei canoni di affitto (270 milioni) versati dallo Stato;
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la valutazione delle superfici dichiarata da Investire Immobiliare SGR risulta essere inferiore alla superficie immobiliare in suo possesso;
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il canone di riaffitto degli immobili ceduti alle PP. AA. è del 2,5% superiore al prezzo di mercato.
Altro esempio. Nel 2001 l'allora Ministro del Tesoro Giulio Tremonti vara due operazioni di cartolarizzazione degli immobili degli enti previdenziali pubblici note come Scip1 e Scip2, dal nome della società di diritto lussemburghese creata da due fondazioni olandesi e amministrata da un inglese istituita ad hoc. Anche in questo caso la Corte dei Conti ha espresso un giudizio a dir poco negativo16. Le unità immobiliari coinvolte in questa iniziativa finanziaria sono 90.393 con un valore di mercato di 16,245 miliardi. Già nel metterle in vendita lo Stato propone un valore di offerta iniziale di 11,627 milioni, svalutando il proprio patrimonio di circa 5 miliardi. A conti fatti, dalla privatizzazione di beni per 16 miliardi se ne incassano alla fine circa 4, di cui la metà pagata dagli stessi enti pubblici17.
L'anti-economicità di questi provvedimenti risulta evidente dai saldi prodotti: ad averci guadagnato non sono state le casse pubbliche e i cittadini, ma i privati che hanno aderito al fondo di valorizzazione e gli speculatori che hanno acquisito beni prestigiosi a prezzi bassissimi. Inoltre nessun pacchetto di cessioni già concluse ha comportato una diminuzione del deficit, anzi negli ultimi anni il passivo dello Stato è solo aumentato. Quante operazioni del genere sarebbero necessarie per abbattere un debito pubblico che alla fine del 2010 era pari a 1.843.015 milioni di euro e ad agosto 2011 era cresciuto di 56.538 milioni? E seppure i numeri giustificassero le posizioni dl Governo, rimane aperto l'interrogativo circa la loro legittimità. Può una maggioranza di governo, che dovrebbe semplicemente custodire e amministrare la pubblica proprietà, firmare un atto di vendita al posto di 60 milioni di cittadini senza neanche concedere un indennizzo o senza un’opportuna consultazione popolare che giustifichi una scelta tanto radicale?
Le decisioni che un qualsiasi governo prende dovrebbero basarsi da un lato sul criterio di democraticità e condivisione dei cittadini delle stesse, dall’altro sulla competenza tecnica degli organi preposti e sulla efficacia delle scelte fatte. Appare evidente, infatti, che non tutte le decisioni di gestione e regolazione pubblica richiedono la consultazione popolare. Nondimeno, debbono comunque “legittimarsi” e “giustificarsi” sulla base di norme tecniche e giuridiche che siano il più possibile oggettive, condivise dalla comunità scientifica ed efficaci per il perseguimento di obiettivi comuni. Di qui, sovente la discrezionalità tecnica di chi amministra è – e deve essere – combinata con il consenso e l’approvazione da parte della società civile che viene amministrata.
L'idea di svendere un patrimonio pubblico tradisce entrambi i requisiti indicati. In primo luogo, non rispetta il normale circuito democratico (popolo – Parlamento – Governo), dato che le misure analizzate sono sempre approvate sull'onda dell'emergenza, dell'urgenza e sono tutti provvedimenti provvisori che vengono poi approvati rapidamente dalle Camere. In secondo luogo, le stesse misure sono carenti e poco affidabili anche dal punto di vista tecnico: si dimostrano fallimentari e poco efficaci non riuscendo a fare cassa in maniera rilevante. Appare chiaro che così facendo il Governo, in quanto amministrazione pubblica preposta alla gestione ottimale di beni che appartengono al popolo italiano, non adempie alla finalità di conseguire l'interesse pubblico.
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