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Letti e riletti - le nostre recensioni
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Le_icone_di_Hiroshima


Annarita Curcio, Le icone di Hiroshima. Fotografie, storia e memoria, Postcart, Roma, 2011, 132 pp..

di Saverio Luzzi



Nell’epoca mediatica dell’homo videns e della benjaminiana riproducibilità tecnica dell’opera d’arte (e non solo) il potere delle immagini è grandissimo. Per questo, quando il 6 agosto 1945 l’aereo da guerra statunitense Enola gay sganciò una bomba atomica su Hiroshima (la tristemente celebre Little Boy) entrò in gioco la censura. Gli Stati Uniti temettero che la diffusione di fotografie che attestassero le immani sofferenze inferte alla popolazione giapponese potesse compromettere le motivazioni che portarono il presidente Truman a bombardare Hiroshima e Nagasaki con ordigni nucleari.

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gervasoni


Marco Gervasoni, Storia d'Italia degli anni Ottanta. Quando eravamo diversi, Marsilio, Venezia 2010, pp. 114.

di Gregorio Sorgonà


 

 

Marco Gervasoni ricostruisce, in questo testo, uno spaccato della storia d’Italia degli anni ’80 il cui carattere prevalente è già introdotto dalla seconda parte titolo del libro, “Quando eravamo moderni”. La modernità, infatti, è la categoria principe che viene utilizzata per interpretare ed esprimere un giudizio sui protagonisti di quegli anni. L’ambito di esercizio del giudizio è, principalmente, relazionato al modo in cui le trasformazioni, e la modernizzazione, della società civile italiana vengono colte e rappresentate dalla società politica, qui divisa secondo l’ormai classica distinzione tra apocalittici e integrati.

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La fine della città


Leonardo Benevolo, La fine della città. Intervista a cura di Francesco Erbani, Laterza, Roma-Bari 2011, pp.160, € 12,00

di Saverio Luzzi


 

Oggi in Italia l’urbanistica è un’attività screditata, considerata con fastidio, e preferibilmente accantonata. Dovunque se ne parla malvolentieri, e il meno possibile”1. Questa è una constatazione amara che Leonardo Benevolo – uno dei più grandi urbanisti e studiosi di storia dell’architettura italiani – rivolge a Francesco Erbani. Essa, anche se è superfluo sottolinearlo, denota come in Italia le politiche di gestione del territorio siano decisamente arretrate.

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magri


Lucio Magri, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del PCI, Saggiatore
, Milano 2009, pp. 454

di Marco Di Maggio


In questo saggio Lucio Magri rilegge la storia del Partito Comunista Italiano inserendola nel contesto generale della storia d’Italia e  del “Secolo Breve”. Magri, dirigente del PCI radiato nel 1969, primo direttore de il manifesto, esponente del Partito di Unità proletaria di nuovo ritornato nel PCI, fece parte di quella corposa minoranza che si oppose alla svolta della Bolognina.

Egli ricostruisce la vicenda del più grande partito comunista dell’occidente alla luce della propria esperienza politica e intellettuale, offrendo al lettore un libro a metà strada fra la memorialistica e il lavoro storiografico. Qui fornisce una lettura critica della storia del PCI e cerca di dimostrare come il suo epilogo non fosse affatto scontato.

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Prima lezione di storia contemporanea

Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2007, VIII-236 pp.

di Roberta Biasillo

Quello che un lettore, tendenzialmente neofita, si aspetterebbe da una “prima lezione di storia contemporanea” è una semplice esposizione in poche pagine degli aspetti e delle problematiche principali della disciplina in esame. Quello che un lettore mediamente esperto si aspetterebbe da uno storico “impegnato” come Claudio Pavone è una concezione etica e civile della storia. Nessuna delle due aspettative viene delusa dalla lettura, che in realtà va ben oltre il suo essere una introduzione alla materia in esame, pur trattando questioni basilari quali la sua legittimità, il suo status tra scienza e arte e il suo essere una scienza sociale sui generis, l'importanza della cronologia e dei grandi eventi, le fonti possibili, il rapporto tra memoria e ricostruzione storiografica.

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La_Gaia_Scienza


Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza (1882) e Idilli di Messina. Nota introduttiva di G. Colli, versione di F.Masini, Adelphi Milano, 2008.

di Piero Bevilacqua


Che posto può avere, nella nostra ideale biblioteca, un testo come questo di Nietzsche, un autore così controverso e non certo privo, talora, di tratti reazionari? Nel 2002, un nostro valente studioso, Domenico Losurdo, pubblicò sul filosofo tedesco un imponente studio,
Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico (Bollati Boringhieri), in cui mostrava, persuasivamente e per il tramite di un vasto  apparato filologico, la matrice aristocratica e antipopolare del pensiero di questa grande figura dell'epoca contemporanea. E tuttavia, credo che nessuno possa negare che Nietzsche pur partendo (e forse proprio per questo) da posizioni di negazione del “progressismo” del suo tempo, non diversamente da come aveva fatto Leopardi, ha illuminato di una luce prima sconosciuta il fondo della condizione dell'uomo moderno. L'inattuale Nietzsche per la poesia, nell'aforisma 84: «Posto che in ogni tempo si sia venerato l'utile quale divinità suprema, donde mai è venuta la poesia? - questa ritmica del discorso che non è tanto vantaggiosa, quanto invece controproducente per la chiarezza della comunicazione e, nondimeno, quasi irridendo ad ogni utile funzionalità, è sgorgata ovunque sulla terra e sgorga ancor oggi! L'irrazionalità barbaramente bella della poesia è una confutazione per voi, per voi utilitaristi! Proprio il volersi sbarazzare una buona volta dell'utile ha elevato l'uomo, lo ha ispirato alla moralità e all'arte!». E si legga la folgorante, paradossale “storicizzazione” dell'ateismo, dopo due millenni di dominio della Chiesa, e di educazione cattolica alla ricerca del vero (357): «l'ateismo assoluto, onesto, (…) è  una vittoria finale e faticosamente conquistata della coscienza europea, in quanto è l'atto più ricco di conseguenze di una educazione bimillennaria alla verità, che nel suo momento conclusivo si proibisce la menzogna della fede in Dio». Gli spiriti allevati nella ricerca del vero non possono, a un certo punto dello sviluppo dell'umana conoscenza, non prendere atto che Dio non esiste. Non possono più mentire a se stessi.

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dal lago


Alessandro Dal Lago, Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 2008 (3a edizione), pp. 279

di Luisa Bianco


Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) insegna sociologia dei processi culturali presso l’Università di Genova, dove è stato preside della facoltà di Scienze della Formazione dal 1996 al 2002. Autore di diversi saggi di teoria sociale, etnografia e filosofia politica, lavora attualmente sulle culture della guerra nella società globalizzata ( si ricordano: con E.Quadrelli, La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini, Feltrinelli, Milano 2003, Giovani, stranieri e criminali, Manifestolibri, Roma 2001; La produzione della devianza. Teoria sociale e meccanismi di controllo, Ombre Corte, Verona 2000; I nostri riti quotidiani. Prospettive nell’ analisi della cultura, Costa & Nolan, Genova 1995; con G. Barile, P. Galeazzo, A. Marchetti, Tra due rive. La nuova immigrazione a Milano, Franco Angeli, Milano 1994).

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Il crocifisso di Stato 


Sergio Luzzatto, Il crocifisso di Stato, Einaudi, Torino, 2011, pp. 128, € 10,00.

di Saverio Luzzi

  «Ragionare del crocifisso di Stato equivale a ragionare di storia, ma – più ancora – di antistoria […] nel senso gramsciano per cui è antistoria la storia “sbagliata”. La storia da rifiutare. La storia da raddrizzare». Questo afferma Luzzatto a pagina 6 del suo Il crocifisso di Stato. Nella sua ricostruzione, al solito coltissima ed estremamente acuta, Luzzatto compie un lungo viaggio nella storia delle mentalità e dell’iconografia, smontando vari luoghi comuni. Fin dopo l’anno Mille, ricorda Luzzatto, era assai difficile trovare nelle chiese cattoliche un crocifisso: era invece più facile trovare una croce, ma senza che su di essa vi fosse il Cristo barbaramente infilzato con i chiodi nel simbolo della sua Passione.

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albeltaro


Marco Albeltaro, La parentesi antifascista, Seb 27, Torino, 2011, pp. 114.

di Gregorio Sorgonà


Il libro di Marco Albeltaro analizza le vicende della stampa torinese tra il 25 aprile del 1945 e il 18 aprile del 1948. I giornali analizzati dall’autore sono sette, comprendendo i tre più importanti quotidiani torinesi – “La Stampa”, “L’Unità” e la “Gazzetta del Popolo” – e quattro pubblicazioni ulteriori quali “GL”, “Il Popolo Nuovo”, “Sempre Avanti!” e “L’Opinione”. L’ipotesi di fondo della ricerca è che attraverso il confronto sui periodici torinesi tra retoriche della Resistenza e della normalizzazione, si renda evidente il destino nobile e tragico al tempo stesso dell’antifascismo partigiano nella sua forma di parentesi storica. Il volume, inoltre, si presenta come un abile spaccato storico che restituisce l’incrocio di esperienze individuali e collettive all’indomani della liberazione filtrandole attraverso uno sguardo che, per stessa ammissione dell’autore, non aspira alla neutralità.

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ricoveri


Giovanna Ricoveri, Beni comuni vs merci, Jaca Book, Milano 2010, pp. 114.

di Roberta Biasillo


Il tema dei beni collettivi, anche se in ritardo rispetto agli altri Paesi, si va ritagliando negli ultimi anni uno spazio nelle pubblicazioni italiane: la traduzione di Governing the Commons, uscito negli USA nel 1990, è del 2006 (Governare i beni collettivi, Marsilio); da pochi mesi Paolo Cacciari ha curato la raccolta di saggi tutti di autori italiani La società dei beni comuni (edita da Ediesse e Carta). Giovanna Ricoveri, grazie alla sua formazione giuridica ed economica e alla frequentazione della saggistica internazionale in materia, si è dedicata a questo tema prima nel 2005 con il volume Beni comuni tra tradizione e futuro (EMI) e poi nel 2010 con Beni comuni versus merci (Jaka Book).

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