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Marco Gervasoni, Storia d'Italia degli anni Ottanta. Quando eravamo diversi, Marsilio, Venezia 2010, pp. 114.
di Gregorio Sorgonà
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Marco Gervasoni ricostruisce, in questo testo, uno spaccato della storia d’Italia degli anni ’80 il cui carattere prevalente è già introdotto dalla seconda parte titolo del libro, “Quando eravamo moderni”. La modernità, infatti, è la categoria principe che viene utilizzata per interpretare ed esprimere un giudizio sui protagonisti di quegli anni. L’ambito di esercizio del giudizio è, principalmente, relazionato al modo in cui le trasformazioni, e la modernizzazione, della società civile italiana vengono colte e rappresentate dalla società politica, qui divisa secondo l’ormai classica distinzione tra apocalittici e integrati.
Se gli apocalittici trovano nella figura dell'ultimo Berlinguer il proprio rappresentante (p.10), gli integrati non vengono incarnati in un'unica figura rappresentativa ma divisi secondo ambiti di esercizio della modernità. Il fatto che lo spirito del decennio venga incarnato da più personalità - le tre principali che Gervasoni analizza sono quelle di Craxi, Romiti e Muccioli - è al tempo stesso un segno dei tempi, quindi un riflesso della individualizzazione delle esperienze umane e della rappresentanza che essi si portavano dietro, quanto un sintomo della peculiarità italiana e un po' della debolezza manifestata dalla società politica più in sintonia con i tempi a darne una adeguata e duratura rappresentazione.
La definizione dei rappresentanti dello spirito del decennio viene affrontata immediatamente dopo aver tracciato quelli che, al principio degli anni ‘80, si presentano come i suoi caratteri fondamentali, primo fra tutti la scoperta dell’individuo. Individuo e individualismo non sono considerati fattori in sé positivi o negativi, ma assumono una valutazione in base al fine cui sono indirizzati Le forme di “individualismo operaio”, che per Gervasoni nascono con gli anni ’70 e con la fuoruscita dal binario riformista del “giusto diritto” dei lavoratori, rappresentano, qui, un esempio negativo cui viene contrapposta la prospettiva sì individualista, ma finalizzata alla sopravvivenza e all’ordine della fabbrica e, attraverso la fabbrica, alla razionalizzazione del sistema Paese, quale quella rappresentata dalla marcia dei quarantamila.
La rinascita della Nazione, nella ricostruzione proposta, è uno degli spiriti del tempo, senza però che questa rinascita debba corrispondere necessariamente a una sua traduzione integrale, completa, anzi risultando essere l’occasione sprecata di quegli anni. La Nazione non ritorna in auge, nel dibattito, perché entrata in una fase critica o reattiva, ma ritorna positivamente in scena per esigenza di rompere il corporativismo e sviluppare i talenti individuali al servizio di una comunità di appartenenza. L’esigenza di un principio identificante, e quindi l’esigenza di uno spirito nazionale assente quanto ricercato, è espressa sotto varie forme che spaziano dal protagonismo presidenziale di Pertini (p. 26) a un altro momento della vita civile collettiva, quale quello rappresentato dalla immedesimazione del Paese con la nazionale vincente ai mondiali del 1982 (p. 30-33).
La vigenza di un senso comune diffuso e l’esigenza di trovarne rappresentazione preludono a un altro carattere del decennio, positivo finché ricondotto nei canoni della razionalità politica, quale quello rappresentato dalla richiesta di leadership politiche più forti (II. Cap. Decisori, p. 39-ss.).
I decisori sono chiamati in causa, evocati e al tempo stesso indeboliti, da quella che sembra una peculiarità italiana quale l’incapacità di trovare soluzione politica positiva alla carica modernizzatrice, ma ambigua, qui riconosciuta al ’68. Nella lettura di Gervasoni il ’68 svolge una positiva opera di distruzione appunto perché “modernizza”, ma si rivela incapace di proporre un’etica pubblica condivisibile. La mancanza di una metabolizzazione politica del ‘68 fa derivare quel particolarismo estremo, nel caso italiano, da cui sorge l’esigenza di ordine incarnata a sua volta dal desiderio dell’uomo forte, qui declinato, a seconda dei propri ambiti di esercizio del potere, con le figure di Craxi, Romiti e Muccioli.
A partire dal terzo capitolo l’autore inizia ad analizzare nel dettaglio i processi di trasformazione che attraversano la società italiana e nella sua composizione e nei suoi usi, costumi e consumi (Consumatori, p. 64-ss.). Gervasoni legge questi anni comparandolo agli anni Sessanta, evidenziando una differenza centrale, per cui adesso non si recuperava un gap nei consumi poichè «l’Italia degli anni ottanta era […] diventata una nazione moderna a tutti gli effetti» (p. 65).
Particolarmente interessante, ad esempio, è l’analisi sui limiti dell’utilizzo del personal computer, qui ricondotti tanto alla nostra origine prevalentemente contadina quanto al modo di pensare il divertimento nell’Italia di allora, finalizzato al godimento del momento immediato. Su questo aspetto passivo del consumo, Gervasoni si sofferma, ma brevemente, quando afferma che «nel rapporto con gli oggetti tecnologici» si può trovare «quella caratteristica fusione di novità e di consuetudine […] registrata da molte inchieste sociali dell’epoca» per cui «la preferenza andava verso le merci che soddisfacevano immediatamente e senza troppo impegno la soggettività individuale» (p. 79).
Con il quarto capitolo (Schermi privati e pubbliche virtù, p. 83-ss.), Gervasoni inquadra l’emersione della televisione commerciale e l’effetto da essa esercitato sulla cultura popolare. La figura principale è quella di Silvio Berlusconi, anch’esso icona del decennio. Il ritratto tracciato ne evidenzia il ruolo imprenditoriale mentre il contatto con la politica è un elemento di reazione che lo costringe ad aprire le porte ai partiti anche nella propria azienda per difendere il proprio spazio di mercato. Il quinto capitolo, invece, (Un italiano nuovo? P. 97-ss.) è dedicato alle trasformazioni nella composizione di classe della nostra società nazionale. La razionalità individualistica rappresenta, anche in questo caso, il momento identificante come dimostrano da un lato la crisi della classe operaia come classe per sé – ossia la nascita di un operaio che non si rappresenta più prioritariamente come elemento di una classe – e, dall’altro, le proteste antifiscali del 1983-86.
Se il sesto capitolo («Arricchitevi!»: vanità, successo, grinta, p. 115-ss.) è dedicato al trionfo del divismo di massa e all’emersione di nuove figure di v.i.p. – gli sportivi - e alla trasformazione di quelle più classiche – ad esempio i protagonisti del mondo dello spettacolo - qui affrontato con un taglio prevalentemente narrativo; il settimo (I valori nel «material world», p. 132-ss.) si occupa di analizzare i valori emergenti in un decennio percorso da un movimentismo politico impossibile da comprendere se si giudicano flebili le tensioni etiche interne alla società di quegli anni.
Una attenzione ampia viene dedicata, in questo contesto, ai movimenti che attraversano la società giovanile, sottolineandone (p. 141), la diversità rispetto ai movimenti del passato e circoscrivendone quella diversità alla influenza di un mainstream individualista il cui effetto più evidente si rifletteva nell’abbandono dell’utopia come fine della rivendicazione politica. Il peso di un valore quale quello della “responsabilità individuale” «lungi dal limitare la spinta alla mobilitazione, stimolava a scendere in piazza a rivendicare riforme e interventi concreti» e rivendicazioni che riguardavano «aule decenti, buoni trasporti, mense dignitose, biblioteche non miserevoli, laboratori funzionanti». Ben diverso, invece, il giudizio su un movimento più ideologizzato come quello della “Pantera”, al cui interno qui si sottolinea la prevalenza di una forma di tribalismo che, a suo modo, segnava la parabola discendente degli anni ’80 e annunciava la crisi dei primi anni ’90. Un tribalismo perdente se contrapposto alla tendenza storica dominante, ossia quella di una società orientata al mercato, e al tempo stesso “vincente”, come dimostrava il vasto orientamento giovanile al voto per formazioni come i Verdi e le Leghe, ossia verso movimenti in ogni senso legati al territorio (p. 149).
Il panorama delle trasformazioni sociali viene allargato, con l’ottavo capitolo (Fede e secolarizzazione, p. 155-ss.) sottoponendo allo sguardo dello studioso il nuovo corso “imposto” alla Chiesa cattolica da Papa Wojtyla, singolare centauro di quei tempi che declina il conflitto tra modernità e reazione usando mezzi moderni per contrastare una secolarizzazione incipiente. Quella di Wojtyla appare una figura tragica, sostenuta dalla ampia capacità di lettura degli eventi, primo fra tutti dalla capacità di connettere la crisi dell’impero sovietico con quella della «storia della razionalità politica cominciata con la Rivoluzione francese» (p. 160-161) e che però doveva vivere quella crisi all’interno di una individualizzazione della società che superava quella crisi per completamento e non per annullamento. Una figura anfibia, quella di Giovanni Paolo II, che trova un suo corrispettivo nel movimento cattolico più influente di quegli anni, C. L. (p. 161-167).
La figura dell’intellettuale e le trasformazioni nel mondo della cultura impegnano la narrazione approcciata con il nono capitolo (Il «pensiero anni ottanta», p. 168-ss.). L’intellettuale degli anni ’80, un po’ Palomar un po’ opportunista, è descritto come un collettore di esperienze scardinato dalle gerarchie categoriali di un pensiero sistemico. Questa figura sociale è un diagramma di quella parabola che lascia trasparire, come carattere del decennio in questione, un equilibrio tra speranza e paura in cui è il secondo elemento a scavarsi, sul finale, uno spazio di visibilità più ampio. La scoperta dell’indeterminatezza dell’individuo, la liberazione dalle grandi narrazioni che porta in sé entrambi i corni di questa dialettica tra speranza e paura, tra sentimento della libertà e terrore di perdere il già conseguito, è il segno estetico di questi tempi.
Il decimo capitolo (La politica pop: dal consenso alla «rabbia elettronica», p. 184-ss.) ritorna in un certo senso al principio mettendo nuovamente al centro la politica nel suo rapporto con la spettacolarizzazione della società di massa. Sebbene anche in questo caso permanga una attenzione molto critica verso le contraddizioni del P.C.I., manicheo nel denunciare la politica spettacolo e però contraddetto dalla spettacolarizzazione di eventi di cui era protagonista diretto o indiretto (p. 190-191), tuttavia la politica-spettacolo - «ottima per vincere le elezioni» ma «meno utile per governare» (p. 194) - appare uno dei pochi, ma più robusti, vizi degenerativi che gli anni ’80 avrebbero lasciato come eredità.
Uno degli aspetti tendenzialmente più pericolosi, per lo spirito positivo del decennio, è così quello rappresentato dalla nascita del guru a metà tra la politica e lo spettacolo, la cui figura viene incarnata, in quegli anni, da Adriano Celentano. Una figura che entrava sì in connessione sentimentale con «il “nuovo italiano” […] desideroso di semplicità, di “sentimenti, passioni, emotività elementari” e di idealità che la politica non poteva né era intenzionata a dare ai cittadini» ossia con un preponderante desiderio di semplificazione, ma portandolo ormai al di fuori dei binari di metabolizzazione istituzionale della politica e spesso facendo aggio, per i propri sermoni, sui caratteri di criticità e paura dei tempi a lui contemporanei. Celentano apriva le porte a una forma di populismo mediatico per Gervasoni ben distante da quei partiti, come il P.S.I., qui considerati esponenti di una cultura politica riformista e anti-populista.
Nell’epilogo del testo (The Wall, p. 217-ss.) il sentimento considerato prevalente alla fine degli anni ’80 è quello della indignazione, fomentata ma non creata dai media. Una indignazione da malessere che, non casualmente, separava in tribù gli italiani, pluralizzava il rancore in “rancori” indirizzati «verso gli amministratori locali e i politici nazionali, ma anche verso i propri vicini di casa o i colleghi» (p. 217), rompeva, infine, l’anello di congiunzione, o la non belligeranza, tra cittadini e politica (p. 221).
Nella lettura proposta dal testo, il Caf sembra quasi l’ultimo tentativo di fornire una risposta a questa crisi di legittimità ma che si rivela debole anche in virtù dell’immagine che gli viene ritagliata addosso, sia per demeriti propri sia per preponderante capacità di rappresentarlo come strumento di governo inefficiente e corrotto. «L’accordo tra Andreotti, Forlani e Craxi», secondo Gervasoni, «nasceva proprio per assicurare una tregua nella competizione tra i due principali partner di governo, in modo da stabilizzare il quadro politico» ma finiva con il consolidare l’immagine di un sistema politico bloccato e inquadrato icasticamente nel termine di “regime” «dai media ostili al governo» (p. 221) e per azione di Achille Occhetto (p. 222). Gli anni ’80 si chiudono, infine, con un surplus di speranza e con l’entusiasmo fragile per i mondiali di Italia ’90, estate di San Martino festeggiata «sull’orlo dell’abisso» e senza «la lucidità di cogliere il pericolo» (p. 229), come si afferma in chiusura di testo.
Il volume si sofferma, principalmente, sulla rappresentazione che degli anni ’80 veniva data da alcuni dei suoi protagonisti e il problema dell’immagine, di conseguenza, risulta essere preponderante nell’economia generale. L’impianto descrittivo è accurato e colto, mentre più debole appare il momento interpretativo. La lettura si adegua troppo su una delle due polarità in causa, quella degli integrati. In particolar modo se da una parte si dà una visione non problematizzata del rapporto del P.C.I. con la modernità, dall’altra appare debole o appena accennata una riflessione sulla struttura, e non solo sulla rappresentazione, del potere di quegli anni così da trarne l’impressione di un doppio volontarismo: quello berlingueriano contro lo spirito dei tempi e quello craxiano a favore di questo spirito ma contro le strutture di potere consolidate del nostro Paese.
Procedendo per ordine. Il rapporto del partito comunista italiano con la modernità è difficile da cogliere se si utilizzano categorie quali quelle del moderno e dell’antimoderno, o del progresso e della reazione, per descrivere un partito che viveva, semmai, un conflitto tra differenti modi di intendere la modernità. Le critiche che Berlinguer muove nei primi anni ’80 al sistema dei partiti e ad alcune delle nuove tendenze emergenti nella società sono caratterizzate da un continuo richiamo al concetto di limite, sia nell’affermare il confine del potere dei partiti nei confronti dello Stato, sia nel contrapporsi a un sistema economico quale quello di un capitalismo dai contrappesi più deboli. Senza qui soffermarsi sul carattere cupo di certe riflessioni berlingueriane, ciò non toglie che il segretario del P.C.I. così facendo non usciva al di fuori di una tradizione di razionalità politica che poneva le sue radici in un modo di intendere la modernità.
Lo stesso problema della mancata recezione del nuovo boom economico, che Gervasoni legge in parallelo con la lettura in ritardo del primo boom, andrebbe analizzato con maggiore complessità, dal momento che è proprio la componente del comunismo italiano, che, dentro il P.C.I., con più acutezza e tempismo aveva analizzato i caratteri autonomi dello sviluppo economico nazionale degli anni sessanta – ossia quella variegata costellazione che è la sinistra del P.C.I. prima della espulsione del gruppo del “Manifesto” – ad adottare adesso una visione più critica verso la “traduzione politica” dello spirito del tempo. Una lettura più articolata avrebbe potuto consentire, inoltre, un appiglio maggiore per riflettere su quell’interessante fenomeno di superamento della modernità che si verifica in parte della cultura italiana di quegli anni, che Gervasoni analizza con indubbia capacità, e che però è una delle ragioni per cui alcune delle categorie più utilizzate in questo volume – ad esempio quella del ritardo o dell’arretratezza – sono state messe in discussione all’interno di un più ampio processo di critica alle radici storicistiche delle culture politiche italiane più robuste, tra le quali ovviamente il comunismo novecentesco occupa un posto centrale.
Analogamente anche le riflessioni sull’azione politica craxiana di quegli anni e, in modo particolare, quelle relative all’esito del cosiddetto C.A.F., dimostrano una certa ritrosia ad affrontare nel merito quale fosse l’articolazione di potere su cui quell’esperimento politico si reggeva e si articolava territorialmente. In termini più semplici manca una rappresentazione del potere di quegli anni colto anche nei suoi lati più oscuri che è invece grande parte di un processo di indebolimento del tessuto etico-politico nazionale che precede gli anni ’80. L’emersione di un potere criminale territorialmente diffuso nell’Italia di quegli anni, profondamente colluso con settori delle istituzioni e della politica di governo, ad esempio, non può essere circoscritta, in poche battute, alla parte terminale del decennio – ossia quella seguente l’autunno del 1987 – e all’attentato fallito che Falcone subisce all’Addaura, al rapimento di Cesare Casella e all’omicidio di Lodovico Ligato se si considera che, ben prima di quell’autunno metaforico e reale, il Sud del Paese era stato attraversato da tre guerre di mafia sanguinose, espressione di una perdita di autorità delle istituzioni statali che scavava dall’interno la legittimità del potere statale.
Il testo, in conclusione, rimane un approccio settoriale – non solo importante nel suo genere ma imprescindibile per chi vuole affrontare oggi lo studio di quegli anni – ossia un primo passaggio, verso un compito da risolvere e verso una storia che, nella sua generalità, è ancora da scrivere. |